Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone

Ci sono cose che può insegnarti solo tua madre: come si tira la pasta, qual è il modo migliore per rimuovere ogni tipo di macchia, il trucco dello smalto trasparente per bloccare i fili tirati dei collant. Mia madre mi ha insegnato a giocare a biliardo e a fare il dolcepanone, una specie di budino di pane raffermo che raccoglie in sé tutti gli avanzi del frigorifero e che pertanto è più uno stato mentale, che non una ricetta. Le mie calze sono tutte bucate.

mamma3Non ne faccio segreto, la più mondana fra noi due è lei. La maggior parte dei suoi racconti inizia con “ero a una festa”, mentre io non vado a una festa dal 2012. La sola parola mi provoca l’impulso irrefrenabile di sdraiarmi sul pavimento con una coperta. Eppure mia madre ha fatto di tutto per abituarmi, o meglio educarmi, al suo stile di vita.

Ci siamo trasferite a Parma quando avevo due anni e per lei lasciare Roma voleva dire anche lasciarsi indietro gli anni più divertenti della sua vita, fatti di feste a casa di Nastassja Kinski, brillanti registi omosessuali, tramonti sul litorale di Ostia e albe sulle terrazze romane. Parma però era stata casa sua ai tempi del liceo e in uno slancio di coscienza decise di crescermi in un posto dove le probabilità di essere scippata sotto casa fossero significativamente più basse che in zona Stazione Tiburtina, dove all’epoca abitavamo. Mio padre nel frattempo si era dichiarato inadatto alla convivenza, mettendo fine al matrimonio più breve del mondo, e si era trasferito non molto lontano dalla nostra nuova destinazione.

Eravamo da sole, in una nuova città, in una nuova casa. Tuttavia mia madre non ha mai perso più di dieci minuti a disperarsi e la sua versione della situazione era arricchita da molti punti esclamativi: Siamo da sole! In una nuova città! In una nuova casa! Prima ancora di poter dire “trasloco”, eravamo in giro per bar con i suoi ex compagni di liceo, ex compagni delle medie, ex compagni delle elementari e futuri compagni di sbronze. Anche se sarebbero passati ancora molti anni prima che io iniziassi a bere, il posto che frequentavo più spesso al tempo dell’asilo nido era Il Tosco, dove in piedi su uno sgabello venivo munita di una stecca da biliardo con un piccolo rastrello in punta, prolunga posticcia del braccio che avrebbe dovuto reggere l’altra stecca. Il locale prendeva il nome dal suo proprietario, un uomo dai modi piuttosto rudi e dall’aspetto poco rassicurante che invitava i clienti fumatori a usare il “posacenere grande”: il pavimento. Questo signore sarebbe presto diventato uno dei più cari amici di mia mamma nonché mio occasionale babysitter.

In quegli anni dormivo ovunque: poltrone, sedie, sgabelli, tavoli da biliardo. Non c’era cena, concerto o festa a cui mia madre rinunciasse e non c’era cena, concerto o festa di cui lei non fosse sempre l’ultima ospite sopravvissuta. Io passavo gran parte delle serate a dormire in una pila di cappotti nella stanza adiacente alla pista da ballo.

mamma5A dire il vero, sono molto grata a mia madre per i suoi metodi educativi poco ortodossi. Tutti i ricordi che ho insieme a lei sono ricordi felici. Non si può certo dire che mi abbia viziato: non mangiavamo mai prima delle 10 di sera, la pizza a domicilio era sul menu più spesso di quanto desiderassi e mentre in gita scolastica le mie amiche arrivavano con una borsa di medicine preparata dalle loro madri per ogni emergenza, io partivo sempre con una sola pasticca di tachipirina, spesso scaduta. A mia madre manca completamente il cromosoma della casalinga e il suo istinto materno va e viene, del tutto intermittente. Ma come dicevo, è una questione genetica: è la più grande di cinque fratelli nati in sette anni, nonché unica femmina. Mia nonna è una donna amorevole, ma quando si hanno cinque figli non è facile essere amorevoli sempre e nella stessa misura con tutti. In casa loro la filosofia era Si salvi chi può. Vigeva una forma di darwinismo sociale e l’affetto finiva spesso schiacciato tra tentativi di prevaricazione e lotta per la sopravvivenza. Ogni pasto troppo rumoroso, ogni trasferta che li costringeva in sette su una Ford Cortina, portava sempre con sé una certa dose di nervosismo e sospetto che in quei momenti ci fosse troppa confusione per prendere nota mentale di come si allevano o non si allevano i figli. Qualcosa però deve esserle rimasto perché mia madre di figli ne ha fatti solo due.

Ho sprecato alcuni anni della mia vita a nutrire un profondo rancore nei suoi confronti: mettere la cena in tavola all’ora giusta, non dimenticarsi il bancomat alla cassa dopo aver pagato la spesa e passare a prendere la figlia in palestra in orario erano tutte cose troppo convenzionali e fastidiosamente ordinarie per lei, mentre io da brava figlia di divorziati volevo solo essere il più ordinaria possibile. Tuttora quando torno a casa nel weekend e mi lamento del frigo desolato, mi dà della borghese (cosa che in effetti sono, in confronto a lei). Lei è la donna che si è rotta un gomito ballando, che ha preso a colpi di tacco 12 uno scippatore sull’autobus, che ha vinto due edizioni di seguito del “Premio Gaburro” (un raffinatissimo evento sociale in cui mia mamma e il suo gruppo di amici facevano a gara a chi si vestiva peggio, ripescando dal fondo dell’armadio zatteroni Anni 70 e vecchi cappotti da pappone). Non è facile immaginarsela con un grembiule bianco e rosso a farcire l’arrosto per il pranzo della domenica. Ha farcito alcuni arrosti nella sua vita, ma mai di domenica e probabilmente non era neanche un orario appropriato per mangiarli. mammaMa mia madre non è del tutto sprovvista di razionalità, è solo che la riserva ad alcuni campi d’interesse di sua preferenza. Prima di tutto è architetto, mestiere che richiede una certa dose di precisione. Non ha mai dormito in una stanza d’albergo senza prima averne ridistribuito ogni pezzo di arredamento e, per quanto odi ammetterlo, spesso l’aspetto finale della camera è molto migliore di quello che aveva al nostro arrivo. Ha il frigo più ordinato che abbia mai visto, ogni alimento è disposto a incastro perfetto secondo le regole delle proiezioni ortogonali. Pare anche che mentre aspettava me fosse caduta vittima di una pesantissima dipendenza da Tetris. Insomma il suo bisogno di ordine è confinato all’organizzazione dello spazio, ma per vivere nel mondo preferisce di gran lunga l’improvvisazione.

mamma6 (1)Io invece non sono in grado di improvvisare. Si racconta che gli abitanti di Königsberg regolassero i propri orologi sulle passeggiate pomeridiane di Kant, per quanto era abitudinario. Ecco io, che metto le chiavi nello stesso posto ogni volta che entro in casa e rispondo sempre sempre al telefono, sono noiosa e metodica come Immanuel Kant. L’unico caso in cui una persona regolerebbe l’orologio in base agli spostamenti di mia madre invece è se questa persona volesse essere sempre in ritardo di 45 minuti. Insomma, siamo diverse ed essere diverse non è sempre stato facile. Ma superata quella fase conturbata e conturbante che è l’adolescenza, periodo che ci ha viste in lotta per diverse ragioni profondissime quali la mia ostinazione a mettere le scarpe di tela con la neve o la mia libertà di tagliare le maniche a tutte le magliette che possedevo, ho smesso di vedere in lei una nemica (e di mettere le scarpe di tela in inverno). In qualche modo siamo tornate alle origini, a quando la cosa che mi rendeva più felice al mondo era addormentarmi con lei seduta a lavorare al tavolo da disegno di fianco al mio letto. Abbiamo vissuto insieme per diciannove anni e da quando il nostro rapporto non è più quotidiano, mi è più facile ritrovare quel filo invisibile di solidarietà che ci univa quando c’eravamo solo l’una per l’altra. Ora che la cena me la preparo da sola, mi rendo conto che avevo bisogno di lei quanto lei ne aveva di me e che quei punti esclamativi con cui riempiva le nostre giornate erano molto meno spontanei di quanto abbia mai fatto trasparire. I miei ricordi felici potevano anche non essere tali, ma lei ha sempre fatto in modo che lo fossero. In qualche modo ci siamo protette a vicenda e continuiamo a farlo, nell’unico modo che conosciamo: prendere le cose serie con leggerezza e le cose leggere con serietà.

Dopo 23 anni di vita sono semplicemente giunta alla conclusione che mio padre è mia madre e mia madre è mio padre. Lui mi riempie la dispensa di casa ogni domenica. Lei mi fa ridere, mi presenta ai suoi amici influenti e mi insegna a fumare la pipa, e alla fine ho un padre e una madre e i conti tornano. I conti di cui dovrò preoccuparmi forse saranno quelli dell’analista fra qualche anno, ma per adesso non noto conseguenze disastrose. Ho trovato il mio equilibrio tra adulti squilibrati. E non mi sono mai annoiata in vita mia.

Giulia Pilotti

4 pensieri su “Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone

  1. DELIZIOSO, mia tenera amica,
    rileggo in alcuni tuoi passaggi tante piccole verità sulla ns. esistenza, e sulle persone che per una parte di questa ci hanno accompagnato, e forse ancora per tanto ci accompagneranno
    io, da semplice amico della tua mamma, non vorrei che nulla di lei fosse diverso da quanto è, mentre penso che tu non saresti diventata quello che sei, se lei non fosse così stata
    credo che tu abbia imparato a raccontare cosi garbatamente alcuni pezzi della tua vita, da farceli diventare un po’ nostri, anche e conseguentemente a questo, facendo in modo che, nei labirinti della memoria, i tuoi racconti ci appaiano come un qualche cosa che abbiamo veramente vissuto
    BRAVA

  2. […] credo che la dimensione umana somigli a questo miracoloso miscuglio di tragedia e favola, di mistero e di riso. Ettore Scola
    Brava Giulia.

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