L’insostenibile leggerezza della solitudine

Quando mi sono trasferita a Milano, ero talmente felice di avere la mia prima casa che il giorno del trasloco ho montato un MALM matrimoniale completamente da sola. Avrei potuto aspettare l’arrivo di Andrea il giorno dopo, ma volevo che la mia vita adulta cominciasse il prima possibile. Due ore e molte dita schiacciate più tardi, mi ero costruita un letto e per quanto basico nella sua architettura, mi sentivo come se avessi appena realizzato l’Apollo 11 con le mie mani. Molto appagata.
2887_1123404492737_4741424_nIn effetti ho sempre provato una passione quasi carnale per i risultati concreti. Da bambina il mio incubo più grande era che alle feste di compleanno a qualcuno venisse in mente di giocare a palla avvelenata: non solo odiavo correre, ma l’idea di doverlo fare in preda al panico, sapendo che presto o tardi (presto) sarei stata colpita da un pallone, era completamente priva di senso. Soprattutto nella logica di una persona che amava passare i propri pomeriggi a decoùpare scatole di legno.
L’unico problema dei risultati concreti era che così come era tangibile la riuscita di un portagioie perfettamente laccato, era tangibile anche il fallimento di tale progetto quando qualcosa andava storto. Odiavo fallire, soprattutto se il mio fallimento era evidente come una ciocca di capelli rimasta appiccicata all’ultimo strato di colla vinilica.
Ho imparato a gestire il fallimento la prima volta che ho fatto gli gnocchi di patate con mia nonna. Avendo quattro anni e due mani minuscole, ero stata messa a strisciare gli gnocchi sulla forchetta per farci le righe e avevo preso il mio compito con il massimo della serietà. Dopo ore di lavoro indefesso, potevo non solo osservare il risultato del mio impegno, ma addirittura assaggiarlo. Per di più non li avevo mai mangiati, gli gnocchi, quindi ero impaziente ed eccitata come alla Vigilia di Natale.
Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma quando misi in bocca il primo gnocco di patate della mia vita, ci rimasi malissimo. Non so cosa mi aspettassi esattamente, ma all’epoca il mio cibo preferito era l’ovetto Kinder e forse speravo solo di trovare un sapore meno blando e una consistenza meno viscida. Ad ogni modo, quando mia nonna mi chiese se mi piacevano, con le lacrime agli occhi e un conato di vomito risposi: “buonissimi”. Da quel momento non sarei mai più stata capace di accettare la sconfitta con onore. L’avrei sempre e solo spazzata sotto al tappeto o, all’occorenza, ingoiata.
Quattordici anni dopo, maggiorenne da pochi mesi, mi trovavo ad affrontare il primo viaggio in completa solitudine. Arrivata a Parigi, ero pervasa da un senso di onnipotenza, che si esaurì nei primi dieci minuti delle due ore di metropolitana. Dopo essere scesa alla fermata di Volontaires, speravo che qualche passante, con la proverbiale disponibilità dei parigini, mi avrebbe spiegato la strada per il dormitorio dove ero alloggiata. Nessuno sapeva indicarmi una direzione e nessuno mi aveva aiutato a portare su per le scale della metro i mie venti chili di valigia: ero a Parigi da poche ore e avevo già perso la poca fiducia che mi rimaneva nei confronti dell’umanità. Tutto sommato ero ancora preda dello spirito di Thelma e Louise e una volta sistemata nel dormitorio, trovato per caso dopo un’ora di giri alla cieca, ero già rinvigorita: camera mediamente pulita, bagno dignitoso, nessuna macchia strana sulle lenzuola. Un successo, insomma.
Ma all’ora di cena mi trovai davanti a un nuovo dilemma: mangiare da sola. Per quanto a casa fossi abbastanza abituata a prepararmi il pranzo e consumare un piatto di pasta in solitudine, l’idea di farlo in pubblico mi procurava una certa dose di malinconia. Nella mia testa cominciò a suonare una fisarmonica triste e in bocca sentii distintamente il sapore dei miei primi gnocchi di patate. Quindi dopo aver ostentato un falso entusiasmo al telefono con mio padre, mangiai un pacchetto di cracker, guardai “L’odio” sul computer e andai a letto, sopprimendo ancora una volta il mio senso di inadeguatezza.

broadcity
Imparai presto che non c’è niente di disonorevole nel mangiare da soli. L’estate successiva, mentre lavoravo in un ufficio di Londra, realizzai che nelle grandi città, in effetti, è la norma. Anzi, dopo aver condiviso un cubicolo con tre persone per tutta la mattina, non vedevo l’ora di sedermi su un muretto a minimo dieci metri di distanza da un altro essere umano e consumare un sandwich insensatamente costoso senza incrociare lo sguardo di nessuno. Riscoprii il gusto di stare da sola, proprio come quando sceglievo di imparare a fare gli origami nella mia stanza invece che andare a farmi umiliare negli sport in cortile. Non a caso pochi anni dopo mi sarei trovata armata di cacciavite davanti a un letto matrimoniale che sarebbe stato più facile montare in compagnia. Ma il punto è proprio questo: quando ti arrangi, la soddisfazione è doppia.


Ora che sono quasi una persona amo la solitudine e da un paio d’anni, ovvero da quando convivo, a volte la bramo. Ci sono certe cose che avrei preferito tenere nascoste ad Andrea: ogni tanto mi piace consumare i miei pasti direttamente dalla pentola, compro il parmigiano già grattugiato perché sono troppo pigra per usare una grattugia manuale, se mi cade qualcosa per terra ci soffio sopra e la mangio lo stesso, uso le spugne finché non puzzano di carogna e piuttosto che svuotare il buco della doccia dai miei capelli aspetto che la matassa si animi di vita propria, si trasformi nel cugino Itt della famiglia Addams e se ne vada da sola. Però nessuno è perfetto e ogni volta che trovo una scatola, un cassetto, uno sportello che Andrea lascia sistematicamente aperto o i suoi calzini sparsi sul pavimento, mi dico che dopotutto posso permettermi di fare un po’ schifo ogni tanto. Lui svuota il buco della doccia senza fare una piega, io chiudo i cassetti in silenzio e ci amiamo come prima.

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Due settimane fa abbiamo festeggiato il nostro sesto anniversario. Festeggiato in realtà è un termine poco appropriato: l’ho accompagnato in aeroporto e l’ho salutato per i prossimi tre mesi (che per due persone che hanno passato insieme gli ultimi 2190 giorni equivale a morire). Dopo aver smoccolato su un gelato biscotto per qualche minuto, seduta su una panchina di Malpensa con vista aerei (per flagellarmi ulteriormente mancava solo che mi mettessi a guardare un film sull’Olocausto), mi sono ricomposta e sono tornata a casa nostra. Ma per la prima volta da molto tempo la solitudine non era così gradita. Per i primi giorni mi sono aggirata per casa come un’anima in pena, annusando la sua parte del letto e piangendo tutte le volte che trovavo qualcosa di suo: un rasoio, le sue scarpe, un cassetto aperto.
Poi mentre cominciavo a sentirmi una housewife degli Anni 50 con il marito in Corea, ho realizzato che se avevo imparato a mangiare da sola in pubblico e ad apprezzarlo, potevo anche imparare ad essere una ragazza alla quale manca il fidanzato, ma misuratamente. Così ho abbracciato la mia momentanea zitellaggine e ho deciso di toccare il fondo: sono andata al cinema da sola. L’esperienza è stata non dissimile dall’assemblaggio di un comodino: dopo alcuni momenti di totale sconforto, sono tornata a casa fiera di me.

Per contingentare la tristezza mi sono vestita bene e mi sono truccata, come per segnalare alla gente intorno a me che non ero una gattara sola e disperata, ma una giovane donna indipendente che sceglie di passare il suo sabato sera in compagnia di se stessa.
Arrivata alla cassa, ho bisbigliato “un biglietto” e quando la signorina dietro al vetro ha urlato “UNO???” ho avuto l’impulso di scappare o scavarmi una buca e metterci la testa dentro, come quando il comodino è quasi completo e scopri che hai montato tutti i cassetti al contrario. Ho respinto l’impulso e ho alzato l’indice: “UNO”. Seppur consapevole che a nessuno fregasse assolutamente nulla del fatto che fossi lì da sola, non potevo fare a meno di sentirmi osservata, studiata come l’Elephant Man. Mentre avanzavo con gli occhi bassi, mi aspettavo che il ragazzo addetto a sbigliettare tirasse fuori un forcone infuocato da un momento all’altro e cominciasse a rincorrermi verso l’uscita.
Una volta in sala è stato tutto più facile: al buio non era fisicamente possibile incrociare lo sguardo degli altri e avvertire la loro compassione. Quando si sono riaccese le luci alla fine del film, ho avuto di nuovo l’istinto di correre via, ma mi sono fatta forza e ho lasciato scorrere i titoli di coda per qualche secondo, per poi alzarmi e andarmene con forzata nonchalance.
Ero sopravvissuta. Ma mentre tornavo verso casa, leccando un gelato che aveva l’inequivocabile sapore degli gnocchi di patate, ho capito che la parte difficile era appena cominciata. Avrei voluto parlare del film con qualcuno, mangiare quel gelato in compagnia. Ero orgogliosa, ma in qualche modo incompleta e mentre me ne rendevo conto pensavo che l’amore è una gran fregatura e allo stesso tempo la cura di ogni male: per quanto indipendente, autonoma e piena di risorse io possa essere, per quanto il senso di libertà dato dall’andare in bagno con la porta aperta sia impareggiabile, per quanto mi piaccia leggere un libro in salotto senza il sottofondo di Tupac nella stanza di fianco, niente sarà mai meraviglioso quanto stare soli insieme.

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Giulia Pilotti

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