La mutanda è mia e la gestisco ìa

Come donna sono un po’ uomo. La mia trousse, per esempio, è composta da tre miseri elementi: un correttore, un eye-liner e un mascara, che giacciono secchi nell’armadietto del bagno e vengono riesumati solo in occasioni specialissime. Mi lavo i capelli con prodotti da supermercato, accontentandomi di una frangia più simile a quella di Joey Ramone che non a quella di Jane Birkin. Non so camminare sui tacchi, che indosso solo se posso stare seduta per una ragionevole quantità di tempo. A un’insalata preferisco un panino con la porchetta e le gag a base di scoregge mi fanno sempre morire dal ridere. Eppure la figura esile, l’attrazione per gli oggetti che luccicano e il mio totale disinteresse per qualsiasi sport, fanno sì che io abbia comunque diritto di cittadinanza nel genere femminile. 10868170_10205128782006599_2020407191303291778_n Da bambina in realtà ero quanto più bambina una bambina possa essere: adoravo le Barbie, che nelle mie storie passavano ore infinite dal parrucchiere, guardavo “La Bella e la Bestia” in media tre volte a settimana, il mio colore preferito era il fucsia e tutte le volte che potevo esprimere un desiderio, chiedevo di avere i capelli lunghi e biondi. La mia educazione sentimentale proveniva dalla selezione cinematografica di mia nonna e mia zia, con cui ho passato quasi ogni sabato sera fino all’inizio del liceo. “A piedi nudi nel parco”, “Colazione da Tiffany”, “Come sposare un milionario”, “Harry ti presento Sally” e “C’è posta per te” alimentavano, visione dopo visione, le mie aspettative sull’amore. Speravo  che un giorno anch’io avrei trovato un uomo bello, ricco, sagace e pazzo di me.

All’asilo io e la mia amica del cuore Sofia (ignorando che saremmo state l’una l’anima gemella dell’altra e che le nostre grazie non avrebbero attratto nessun uomo ancora per molti anni) avevamo scelto i nostri fidanzatini all’interno del gruppo classe. Loro non lo sapevano, ma questo non era rilevante. In questo delirio, avevamo persino costretto le nostre madri a organizzare una cenetta con i due poveri malcapitati, che si erano presentati vestiti da damerini con un mazzolino di fiori a testa, che ovviamente gli avevano messo in mano le loro mamme. Per me e la Sofi era comunque un successo.

Quella sera, mentre giocavamo in cortile, il mio inconsapevole fidanzatino mi tirò su la gonna mostrando le mie mutande a tutti. Cercai di dissimulare la vergogna, ma mi sentivo ferita e umiliata e delusa dal suo comportamento, non degno di un Robert Redford o di un George Peppard dei miei sogni. Così, senza saperlo, smettevo di essere femmina e diventavo una femminista.

Mio padre mi ha raccontato che quando era al liceo il collettivo femminista, fra le altre cose, si scagliava contro l’attribuzione del genere maschile al clitoride. “Si chiama LA clitoride” dicevano “altrimenti noi ci mettiamo a dire LA CAZZA”. Ecco, non sono e non voglio essere quel genere di femminista: ritengo di potermi radere le ascelle senza sentirmi un oggetto sessuale schiavo del sistema. Amo gli uomini, mi piacciono per tutte le caratteristiche che li distinguono da noi, per la totale assenza di retropensieri con cui portano avanti le proprie amicizie, per lo stacco d’inguine che esce dai jeans, per la loro necessità di essere tenuti per mano nel mondo e per l’incertezza delle loro emozioni, e gradisco la loro compagnia spesso molto più di quella delle ragazze. Amo anche le ragazze, in realtà, ma solo quelle che sanno esserlo nel modo giusto (ma questo vale anche per i ragazzi). 20816_10206127871983224_8599422483843062650_n

Poco alla volta, ho raffinato i miei pensieri in fatto di parità dei sessi: ho imparato a non invidiare le donne più belle, più talentuose o più ricche di me e ho cominciato ad ammirarle nel loro successo, cercando piuttosto di capire quali fossero i miei personali motivi d’orgoglio. Ho smesso di criticare le ragazze “facili”, a patto che la loro lascivia fosse sostenuta da un consapevole slancio di emancipazione e che la loro autostima fosse sufficientemente alta da permettere di trovare conferme anche fuori dalla camera da letto. Sarò anche una vecchia zia, ma sono convinta che la vagina dovrebbe essere l’ultimo posto in cui riporre le proprie certezze, almeno in giovane età. Una volta capito questo, puoi fare anche le orge con gli animali del circo: non sarò certo io a giudicarti.

Possiamo e dobbiamo ridere di noi stesse. Che senso ha rivendicare a oltranza la nostra abilità alla guida? Spesso e volentieri non siamo portate per il volante, ma essendo in grado di generare la vita umana, direi che possiamo anche rinunciare al dono del parcheggio perfetto. Non possiamo rinunciare invece alla libertà di prendere decisioni che riguardano il nostro utero e il nostro corpo, o a uno stipendio pari a quello di un uomo che fa il nostro stesso lavoro. E al diritto di far vedere le mutande solo come, quando e a chi vogliamo noi. Per questo devo ringraziare il mio inconsapevole fidanzatino dell’asilo e il suo gesto poco galante. Sono stata uno scricciolo di ragazzina per tutta l’adolescenza, mi sono venute le prime mestruazioni praticamente ieri e a dirla tutta sto ancora aspettando che mi crescano le tette. Insomma se non fosse stato per quella sua inappropriata pulsione sessuale, magari avrei scoperto di abitare il corpo di una donna molto più tardi e forse ora avrei meno amor proprio e qualche malattia venerea in più. Quella prima umiliazione ha impedito che ce ne fossero altre a venire. 10689915_10204947749240893_2849080164395546518_n

Per ora è andato tutto bene. Ho trovato un ragazzo bello, ricco, sagace, pazzo di me e pure femminista, come nella migliore delle mie fantasie, non solo d’infanzia. Per quanto maschia io possa essere, gli faccio cambiare le lampadine, talvolta gli urlo addosso senza un motivo logico e mi siedo comodamente al posto del passeggero. Perché se anche avessi la patente, sono sicura che parcheggerei malissimo: sono pur sempre una donna.

Ma ancora prima di essere una donna, sono un individuo e credo sia questa la chiave di un femminismo che non puzzi di cantina e patchouli stantio. I contorni di genere oggi sfumano gli uni negli altri, tanto che ci siamo dovuti inventare un nome per gli uomini che si fanno le sopracciglia ad ali di gabbiano. La vera sfida ormai è avere un’identità definita. Io non sono mia madre, non sono mio padre, non sono l’uomo con cui condivido il letto. Sono sempre e solo una persona che cerca il proprio posto nel mondo. E non è forse quello che facciamo tutti?

Giulia Pilotti

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