Morte a Focene

2887_1123404612740_4080459_nSono una persona prudente. Non mi tuffo mai dagli scogli, sopra ai 70 km/h comincio ad agitarmi e non nominatemi neanche le montagne russe. Quando avevo cinque anni mi sono buttata da un brucomela in corsa perché la velocità mi sembrava davvero folle. Così ho quasi ucciso mia madre, che si aspettava la faccia gioiosa della figlia all’uscita del breve tunnel e si trovò davanti a un lombrico meccanico senza nessuno a bordo. In quegli stessi anni camminavo con cautela sui tappeti elastici, senza mai staccare i piedi dalla rete, e mi sedevo sull’altalena, rigorosamente immobile, mentre gli altri bambini tentavano l’equivalente infantile della scalata dell’Everest: il giro della morte. Va da sé che io non mi sarei mai arrischiata in un’impresa che portava un nome tanto preoccupante.

Tuttora vivo in punta di piedi e non ho nessuna fascinazione per le attività estreme. La vita spericolata non la voglio, la temo e non la capisco. Le mie rarissime esperienze con le droghe si sono svolte nella sicurezza di un appartamento o di un luogo privo di spigoli e non prima di aver scritto su un foglio tutti i numeri d’emergenza, qualora il mio cervello si fosse trovato a rimuovere queste informazioni e la capacità di utilizzare la rubrica del cellulare.

A tenermi sveglia la notte non sono mai questioni di spessore filosofico, ma è piuttosto la certezza che qualcuno prima o poi entrerà in casa mia e dopo aver rubato i miei beni più preziosi (il computer e una copia autografata della “Famiglia Winshaw”), mi ucciderà nel sonno. Quando sono in metropolitana, nascondo la griffe della borsa per non dare strane idee ai borseggiatori, che dopo avermi accoltellato capirebbero che l’unica cosa di valore, tra il portafoglio vuoto e quello che può essere definito solo come un accumulo di spazzatura, era in effetti la borsa.

Attraverso solo col verde, perché nella mia mente c’è, vividissimo, il rumore che farebbe il cranio spaccato se una macchina mi travolgesse. Le uniche fibre autodistruttive che possiedo convogliano verso il consumo consapevole di cibo scaduto, ma solo perché oltre ad avere paura di tutto sono anche maledettamente pigra: se sfido l’intossicazione alimentare, è per non uscire di casa a comprare del cibo fresco e perché so che la salmonella nel 2015 non dovrebbe essermi fatale. Insomma, non voglio morire.

Ho cominciato a non voler morire il 31 agosto del 1997. Avevo 5 anni e come ogni estate ero a Focene nella casa al mare dei nonni, insieme a mia mamma. Quel giorno ci lasciava Lady D, l’unica principessa di cui avessi nozione che non fosse un cartone animato e per la prima volta nella mia vita, mi scoprivo triste per la morte di qualcuno (che non fosse un cartone animato). Quello stesso giorno, la mattina, mia madre aveva pestato una siringa usata sulla spiaggia (dove, non a caso, anni prima avevano girato il film “Amore tossico”) ed era corsa all’ospedale mentre mio padre per telefono mi spiegava cos’era l’aids. Nonostante l’esaustiva e dettagliata lezione su come funziona il nostro sistema immunitario, la cui morale era “drogarsi fa male e bisogna sempre indossare le ciabatte in spiaggia”, conversazione che probabilmente instillò in me la refrattarietà all’uso di sostanze psicotrope e l’odio per il mare, la situazione mi era ancora poco chiara.

Improvvisamente mi dovevo preoccupare di qualcosa al di fuori dalle esigenze della bambola Sbrodolina. Ad esempio la vita dei miei genitori, che fino a quel momento era stata una delle poche certezze al mondo. Questo però non è esatto: a quell’età non avevo certezze, perché non mi ero mai neanche posta il problema. La mattina mi svegliavo e mia madre era lì, nella camera accanto alla mia. Mai mi aveva sfiorato l’ipotesi che ciò potesse anche non verificarsi. Ora invece si insinuava nei miei pensieri un’ombra scura, la prima vera certezza che avessi mai avuto e che con l’incidente di Lady Diana e le mie recenti, confuse nozioni sull’aids prendeva un nome secco e terrificante: morte.

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Mia madre non prese l’aids, ma l’episodio alimentò un morbo che covavo già da tempo: se prima non ero una bambina spericolata, ora ero ufficialmente una cagasotto terrorizzata dalla vita. Mi apprestavo a diventare quella persona con cui nessuno vuole andare al luna park. Perché diciamocelo, sparare alle lattine con una pistoletta ad aria compressa non comporta certo un’overdose di adrenalina.

Diciotto anni dopo non sono migliorata, ma poco alla volta sto imparando a fare i conti con l’idea che non esistere non sarà poi molto peggio che esistere. Intanto mi affanno a cercare un modo per lasciare traccia di me: regali alle persone che amo, racconti stupidamente autobiografici, piatti sporchi nel secchiaio della cucina. Non so se basterà, ma mi piace pensare che in questo modo sopravviverò al mio corpo (che visto quanto viene curato dalla sua padrona, è già piuttosto inutile). Non sarò mai pronta per dire addio a nessuno e non sarò mai pronta a lasciare questo mondo. Ma quando succederà, di certo non sarò a bordo di un brucomela.

Giulia Pilotti

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