Che ci faccio qui?

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Per anni mi sono sentita un incidente di percorso.

I miei genitori mi hanno messo al mondo, si sono sposati e hanno divorziato prima che mi fossero usciti tutti i denti da latte. Hanno avuto il buon gusto di risparmiarmi lanci di stoviglie e scenate separandosi prima che io potessi rendermene conto, ma la loro storia d’amore non ispirerebbe di certo un film romantico con Sandra Bullock. Più li conoscevo, crescendo, più una domanda sorgeva spontanea: ma come gli è venuto in mente? 

Quando si sono conosciuti erano giovani, ma non abbastanza per lasciarsi travolgere dall’incoscienza. Mia madre, ventisettenne, era una studentessa di architettura ambiziosa e di bella presenza, in possesso di un paio di gambe notevoli (di cui conserva ancora l’originale bellezza). Mio padre, universitario latitante e giornalista precario di venticinque anni, aveva un debole per le caviglie sottili e le cause perse.

La mia amica del cuore dell’asilo amava raccontare di come si erano conosciuti i suoi  genitori perché la storia era tremendamente romantica nonché molto simile a quella di Rudy e Anita della “Carica dei 101” (equivalente infantile dei film con Sandra Bullock). Decisi allora di scoprire se almeno i miei avevano avuto un primo incontro degno di nota. Niente da fare: si erano conosciuti grazie ad alcuni amici in comune. Neanche un dalmata imbizzarrito, niente guinzagli intrecciati. 

Capire cosa li avesse uniti mi riusciva sempre più difficile e nel frattempo, a interferire con la mia obiettività, ci si metteva pure il mio film preferito all’età di sei anni: “Genitori in trappola”, una commedia in cui una Lindsay Lohan non ancora avvezza a crack e botulino, interpreta due gemelle separate alla nascita (cresciute una con il padre e una con la madre) che si ritrovano a un campo estivo e dopo essersi scambiate di posto, tramano con successo per riunire i due genitori. A parte che ero abbastanza sicura di non avere una gemella in Napa Valley, la mia utopia hollywoodiana era comunque lungi dal realizzarsi. I miei non sembravano odiarsi, ma non riuscivo a immaginare due persone meno adatte a stare nella stessa stanza per più di due ore, figuriamoci a rimettere insieme la nostra famiglia. 

Tra i primi anni delle elementari mi fu raccontata la storia del fiore e dell’ape, ma la mia comprensione della fecondazione era ancora limitata. Fu grazie alla scena della carrozza in “Titanic” che scoprii cosa voleva dire fare l’amore e più avanti, alle medie, ottenni nuovi pezzi del puzzle quando a scuola mi spiegarono che c’erano alcuni modi per non avere figli tutte le volte che lo si faceva. Che i miei genitori fossero stati così sbadati? Il dubbio si insinuava nelle mie speculazioni con forza sempre maggiore.

La teoria continuò a prendere forma con l’adolescenza, quando cominciai a ricomporre la mia storia, sommando i frammenti raccolti negli anni (intanto io mi guardavo bene dal fare l’esplicita domanda che mi tormentava), e con il tempo, nella personale lista intitolata “Che ci faccio qui?”, aggiunsi altri interrogativi. I miei, fino alla mia nascita, avevano vissuto per anni in città diverse (Roma lei, in giro lui), quindi di fatto erano stati insieme senza stare insieme. Mia madre si era laureata allattandomi e mio padre, fuori corso, aveva acceso il turbo e aveva finito gli esami solo quando aveva scoperto che ero in arrivo io. Quando nacqui, mia madre aveva appena aperto uno studio di architettura con un’amica, mio padre si era iscritto a una scuola di giornalismo a Roma, ma faceva il bagnino a Fregene per guadagnare due soldi. Lei, che in realtà avrebbe voluto fare fare l’astronauta, aveva una passione per i progetti estremi e sognava di costruire una casa di gomma in cui poter saltare da un piano all’altro. Lui, con un santino di Hemingway nel portafoglio, era sempre pronto a partire per nuove imprese senza capo né coda. Latte in polvere oggi, freelance in Bosnia domani. 

A peggiorare il tutto, si aggiungeva l’assenza di una casa in cui allevarmi. In un primo periodo stavamo tutti e tre dai miei nonni materni, in una casa in cui vivevano ancora due fratelli di mia madre e che presto diventò più affollata del Raccordo Anulare nell’ora di punta. Così ci trasferimmo in un monolocale a Pietralata, dove rischiavi di prenderti una coltellata tutte le volte che andavi a comprare il pane (la casa era in realtà una cantina, ex abitazione del custode, e avrebbe ucciso l’amore anche tra Paolo e Francesca). Insomma, fuori dalla nostra porta non facevano la fila per girare le pubblicità dei Saccottini.

Le informazioni in mio possesso erano tante e portavano tutte alla stessa conclusione, ma col tempo decisi che tutto sommato non mi importava. Sentivo l’amore incondizionato dei miei genitori, nonostante fosse ripartito tra giorni feriali (mamma) e fine-settimana (papà) e non mi serviva altro perché invece di una famiglia sola me ne avevano regalate due. L’importante era che si comportassero come se mi avessero voluto. 

Non moltissimo tempo fa ho scoperto che si comportavano come se mi avessero voluto perché in effetti mi avevano voluto. Contro ogni logica, avevano deciso di mettermi al mondo e nella loro collezione di progetti sconclusionati, in realtà io ero il più razionale. Non sono stata il frutto di una distrazione, ma della passione di due persone che per qualche anno si sono volute bene, hanno riso molto e un giorno, forse ubriachi fradici, hanno persino valutato la possibilità di passare insieme il resto della loro vita (in una casa di gomma in Bosnia, magari). A conoscerli sembra impossibile, ma di certo non mi posso lamentare. Dopotutto, devo loro la vita. 

GP

4 pensieri su “Che ci faccio qui?

  1. Ho incominciato a leggerti per gioco ( dormo poco di notte, ed una sera, dopo aver scaricato tutti i tuoi racconti sul mio iPad, mi sono addormentato con l’inquietudine intrigante di una lite tra genitori, un cuscino buttato sul prato per non sentire discutere in casa, l’impossibilità di ritornare sui propri passi, perché l’unica cosa che nella ns. vita è certa era successa)
    Conosco molto bene il bellissimo sorriso della tua mamma, mi piacerebbe conoscere anche il tuo, magari continuando solo a leggerti in questi brevi, intelligenti, piacevoli passaggi, che la fortuna della tua vita ti ha donato
    Continua a scrivere, non dimenticare che sai farlo, rileggerti mi fa tornare la voglia di quando da bambino ho incominciato a leggere …… Qualsiasi cosa o quasi

      • ancora brava Giulia, sei riuscita a farci un bel regalo per il tuo compleanno. Ogni figlio nasce da una presunzione di felicità, per quanto fugace essa possa sembrare.

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