Tutto-si-tiene

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Da mia mamma ho preso tre cose: le caviglie sottili, la capacità di bere come un uomo e il Tutto-si-tiene. Il Tutto-si-tiene è un gene ereditario, come l’anemia mediterranea o la menopausa precoce, e da generazioni affligge le donne della mia famiglia.

Io non butto via niente, mia mamma non butta via niente e sua mamma, prima di lei, affrontava dilemmi amletici quotidiani di fronte agli avanzi di cibo (sono abbastanza sicura che la scelta di prendere un cane fosse stata dettata dalla necessità di rifilare il prosciutto scaduto a qualcuno).

Sarei pronta a scommettere che la bisnonna Ramira avesse interi cassetti ripieni di nappe per le tende appartenute a sua madre, che a sua volta doveva aver trovato inaccettabile l’idea di separarsene, e state pur certi che mia figlia lotterà strenuamente per tenersi le bacchette del cinese a domicilio.

Per anni ho portato un berretto di lana che per quanto prudeva più che un cappello era un crimine contro l’Umanità. Avrei potuto cambiare cappello, certo, ma quello lì aveva scartavetrato la fronte di mia mamma e dei suoi quattro fratelli dopo di lei per anni e anni. Sarebbe stato un peccato buttarlo (o usarlo per scrostare le pentole). Quindi la cuffia del demonio passò da me a mio fratello Andrea che, in quanto ultimo arrivato, è tuttora nell’occhio del ciclone del Tutto-si-tiene.

Nel suo caso però il Tutto-si-tiene comporta anche alcuni vantaggi: ha un’ampia scelta di IPod usati di capacità e colori differenti (bianco 2GB, nero 4GB e uno argentato da 8GB che ha la particolarità di non funzionare dal 2010), è legittimato a non liberarsi del mini-flipper che non tocca dalla prima elementare (accanto a cui è parcheggiato il mio camper di Barbie, 1998) e può trovare in casa sua la soluzione a molti problemi. Come quella volta che perse il primo dentino.

L’aveva accuratamente sputato e messo da parte sul comodino, dove quella notte, dicevano, sarebbe passato il topo dei denti a lasciare la giusta ricompensa per quella gengiva vacante. Purtroppo il minuscolo incisivo andò disperso prima di sera. Ora, mio fratello presenta un carattere ereditario raramente diffuso in famiglia: l’isteria. L’idea che non fosse più in grado di pagare pegno al roditore del catasto lo faceva impazzire, si era giocato la possibilità di racimolare qualche soldo facile e questo lo mandava in bestia. Dirgli che sarebbe passato comunque non servì a nulla: come faceva il topo a sapere dove andare? E perché avrebbe dovuto pagarlo per un dente della cui esistenza non c’erano prove? Non è che un topo va in giro a regalare soldi senza motivo, no?

Cominciai a pensare a come sedare la crisi di nervi. Mentre ponderavo le due soluzioni possibili (dargli cinque euro e farla finita o preparargli una camomilla al Lexotan), mia madre entrò in camera sfoggiando un sorriso beffardo e con una mano furtiva mi fece segno di seguirla, come uno spacciatore sulle Ramblas. In bagno aprì l’armadietto delle medicine con aria compiaciuta e ne tirò fuori una piccola scatola di legno, a forma di valigia in miniatura. Data la collocazione della valigetta, sospettavo che l’idea della camomilla al Lexotan l’avessimo avuta in due. Invece il suo contenuto mi colse del tutto impreparata: i miei denti, tutti i miei denti da latte erano lì, piccole conchiglie ossidate. Mia madre li aveva conservati per una decade, nella speranza che un giorno sarebbero stati di una qualche utilità. Quel giorno era arrivato: c’era finalmente bisogno di un dente di ricambio.

Gli occhi di mia mamma brillavano di soddisfazione, scoppiammo a ridere e continuammo fino alle lacrime. Il fatto è che in quella piccolissima scatola erano contenute tutte le nostre psicosi più bizzarre, le idiosincrasie più ridicole, nella forma più assurda e grottesca in cui potevamo imbatterci. Venti denti umani. Era come essere travolte all’improvviso dalla valanga di oggetti accumulati fino a quel momento: esilaranti bottoni orfani, buffissimi bicchieri della Nutella, spassosi incarti di vecchi regali. Nelle orecchie ci risuonava il nostro grido di battaglia (“magari ci serve!”). Eravamo faccia a faccia con la nostra follia e la cosa ci faceva morire dal ridere.

Una volta ricomposte, sostituimmo l’incisivo incriminato con uno dei miei, fingendo di averlo ritrovato per terra, e mio fratello si addormentò sereno, salvato a sua insaputa da una malattia genetica.

5 pensieri su “Tutto-si-tiene

  1. Anch’io conservo la scatola dei denti dei miei figli. ……..e tante altre cose ( bicchieri nutella pi sparati) che possono servire. Ogni tanto decido di buttare ma mi limito a spostare le cose. Bacio a domani

    Chiara

  2. Buttate via gente…buttate prima di diventare delle “sepolte in casa”….tenete nel cuore e nella memoria solo i significati affettivi degli oggetti, ma imparate a separarvene se non sono necessari….Vedrete come ci si sente meglio e come si pulisce meglio la casa !!!

  3. Come ti capisco, come ti capisco! Ora, io e Jolanda, di fronte alla fredda realizzazione che nulla di nuovo potrà più entrare in casa nostra per manifesto esaurimento di ogni infinitesimo pertugio di spazio, abbiamo preso l’unica soluzione possibile. Buttare le cianfrusaglie vecchie? No: cercare un’altra casa!

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