Nata seduta

Consegna: Un ricordo d’infanzia, 3 cartelle 

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Sono nata seduta. Il 14 maggio del 1992, in un ospedale sull’isola Tiberina, mia madre si rassegnava al parto cesareo, perché nei nove mesi precedenti non avevo trovato la voglia di invertire la rotta verso l’uscita.

Sono nata seduta e sono rimasta seduta per quasi due anni. Mentre gli altri bambini si issavano aggrappandosi ai mobili di casa e muovevano i primi passi, io, seduta, mi facevo strada nel mondo strisciando sul sedere e remando sul pavimento con i talloni, come un granchio pigro. Amavo il parquet, odiavo i tappeti.

Poi, intorno al ventesimo mese di vita, mi sono arresa alle convenzioni: mi sono alzata e ho camminato. Non ero una campionessa, pare che fossi in grado di spostarmi solo su coordinate rette. Quando arrischiavo una curva, l’equilibrio mancava in un attimo e venivo trascinata per terra dal peso sproporzionato della testa. Mi facevo portare ai tappeti elastici e ci correvo sopra, senza mai staccare entrambi i piedi dalla superficie. Era ormai evidente a tutti in famiglia che il mio futuro non era nell’atletica.

In compenso ero abbastanza sveglia. Durante il primo anno d’asilo, quando dopo pranzo tutti i miei compagni venivano mandati in soffitta per il riposino, io restavo con la mia maestra preferita, e mi facevo insegnare ad allacciare le scarpe. E a leggere l’orologio. E a contare in inglese. E a fare il découpage. E a leggere. E a scrivere. E a scrivere in corsivo. Così mentre gli altri dormivano, io per tre anni ho portato avanti il mio personalissimo campo di addestramento militare in vista delle elementari.

Poi le elementari sono arrivate e le mie scarse doti fisiche tornarono a essermi d’impaccio, mentre sapere i giorni della settimana in inglese e la formazione dei Beatles non mi era di nessun aiuto. Il primo giorno di scuola sono stata felicissima per almeno mezz’ora. Avevo uno zaino di Barbie che sembrava più adatto a contenermi, che non starmi sulle spalle, e mi ero fatta fare le trecce da mio padre per assomigliare a Baby Spice, la mia Spice Girl preferita. Al mio fianco l’amica del cuore, Sofia (dopo pranzo andava in soffitta a dormire pure lei. In compenso si arrampicava sugli alberi meglio di una scimmia). Mi sentivo invincibile, almeno fino a quando non vidi il mio nuovo vicino di banco, Pasquale. Pasquale, più avanti soprannominato da mio padre “Pascalone ‘e Nola”, sembrava aver appena mangiato almeno tre compagni di classe e mi guardava come se io dovessi essere la quarta. Facevo bene ad avere paura, nei cinque anni successivi cercò di mettere fine alla mia esistenza più di una volta. Il primo tentato omicidio avvenne proprio a mezz’ora dal mio entusiastico esordio scolastico, quando senza nessun preavviso venni afferrata per una treccia e strattonata da una mano sudata e molto determinata a rovinarmi la vita. Ero furiosa, mi aveva disfatto la treccia. Chiesi alla maestra di rifarmela, ma l’Angela era sbrigativa al limite del nazismo e, inspiegabilmente, meno capace di mio padre, a fare le trecce. Così tornai a casa con una treccia e un codino, amareggiata per la mia inferiorità fisica e un po’ dispiaciuta che nessuno mi avesse chiesto di scrivere il mio nome in corsivo.

L’incubo però non era ancora cominciato. Venni presto a conoscenza dell’ora di palestra, di cui ora non ricordo altro che l’odore nauseante del pavimento gommato e il rumore delle Superga che vi facevano attrito, producendo un suono acuto, come l’urlo di un gatto. Per fortuna c’erano molti posti dove sedersi: la spalliera; la trave; il quadro svedese.

In seconda elementare, per puro caso, scoprii che stare sdraiata era anche meglio che stare seduta. Ai genitori avevano consigliato di iscrivere i bambini a qualche corso sportivo pomeridiano. Così, come se l’ora di palestra non fosse abbastanza snervante, il martedì mi ritrovai a dover andare a “mini-volley”, dove un tale Filippo con il piercing all’orecchio e seri problemi a controllare il tono di voce, ci urlava contro sparando raffiche di palloni gialli. Prima di allora non avevo mai odiato nessuno, ma grazie a Filippo scoprii il disprezzo. Non ci volle molto perché cominciassi a marinare il “mini-volley”.

La biblioteca della scuola era proprio di fianco alla palestra ed era tappezzata di libri e cuscinoni su cui sedersi, ma sopratutto sdraiarsi. Fingere di fare sport diventò fin troppo divertente, fino a quando non rischiai di uccidere mio padre. Un pomeriggio in cui mi sarebbe venuto a prendere lui, ero troppo immersa nella lettura degli Sporcelli per controllare l’ora e presentarmi all’uscita della palestra quando tutti gli altri ne emergevano rossi e sudati. Quel giorno mi dimenticai e lasciai mio padre a vagare in preda al panico per almeno un’ora. Mentre lui si sentiva prigioniero delle pagine di Bambini nel tempo io ero seduta. Anzi sdraiata. Ma poco prima che scattasse la telefonata alla polizia, gli arrivò l’ispirazione: e se fosse seduta? E se fosse sdraiata da qualche parte?

Mi trovò, sdraiata e del tutto ignara di averlo portato a pochi millimetri dall’infarto. Ma non mi sgridò, il sollievo di non avermi ritrovato in un cassonetto della spazzatura ma nella biblioteca della scuola era molto superiore alla rabbia. In qualche modo era fiero di me e della mia coerenza: ero nata seduta e crescevo seduta, fedele a me stessa.

7 pensieri su “Nata seduta

  1. Stupito. Se con Tutto si tiene pensavo di non aver mai riso tanto per un post, qui ho superato il limite. Ps sono un amico-collega di mamma. E altro Ps: pensavo che non avrei mai trovato citato Bambini nel tempo da nessuna parte. Ri-stupito.

  2. Brava giulia, ti perdo di vista per qualche tempo e ti ritrovo, grazie alle mie figlie, con il dono di una scrittura agile, che, a dispetto di quanto affermi, testimonia la frequentazione di buone palestre. Un abbraccio

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