Postquam

Consegna: “A volte ritornano”

Premessa: il racconto è in parte ispirato a una puntata di Black Mirror. Non voglio furbeggiare e prendermi meriti che non ho.

A quelli che troveranno analogie con un’altra storia (di vita reale, purtroppo) dico che tali analogie non sono assolutamente casuali.

Dipinto di William Turner

Postquam

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Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Cinque anni ho aspettato su quella spiaggia, sperando di vederlo riemergere dall’acqua.  Stefano, mio marito, dice che sono pazza, che devo lasciarlo andare. Ma io lo sapevo, sapevo che il mio bambino sarebbe tornato da me.

Ho visto Alex per l’ultima volta nell’estate del 2012. Stava sulla porta di casa con lo zaino in spalla. Avevo paura perché era magro come uno scheletro e lo zaino sembrava schiacciarlo a terra. Non mi ero mai separata da lui per più di qualche giorno, e ora se ne stava andando per un mese con i suoi amici. Stai tranquilla, mi ero detta, non fare la chioccia. Era un bravo ragazzo, il mio Alex. Non si metterà nei guai, pensavo.

Qualche giorno dopo mi chiamò da Oviedo. -Tutto bene,- mi disse -ci stiamo divertendo un sacco-. Aveva la voce leggera e allegra come quella di un bambino.

Lui e i suoi amici stavano attraversando la Spagna verso ovest, verso l’oceano. Arrivarono a Coruña qualche giorno dopo, e qualche giorno dopo persi il mio ragazzo. -Portato via dalla corrente-, mi disse il carabiniere che bussò alla nostra porta quella soffocante mattina di luglio. Nessuna spiegazione, neanche il corpo su cui piangere.

Stefano non si rassegnava. Cercate meglio, diceva. Perdeva peso a vista d’occhio e la notte non dormiva. Anch’io non dormivo. Non uscivo di casa e non rispondevo al telefono. Quel maledetto telefono che continuava a squillare. -Devono smetterla di chiamarci, cazzo!- aveva urlato una volta Stefano, sbattendolo contro il muro del corridoio. La verità è che non riuscivamo a parlarne neanche fra di noi. Avevamo un pensiero comune e denso come il petrolio che ci teneva più lontani che mai: era solo colpa nostra.

Ci fu il funerale una settimana dopo, seppellimmo una bara vuota. Nessuna madre dovrebbe sopravvivere al figlio, questo è certo. Dopo la cerimonia mi passarono davanti molte persone di cui non ricordo che l’ombra. -Condoglianze- dicevano. Mi abbracciavano, ma io non sentivo niente. Un’amica di Alex che non ricordavo di aver conosciuto mi passò un biglietto da visita di quello che credevo un gruppo di sostegno. -Mi ha aiutato molto quando ho perso mio padre- mi disse. Lo misi in un taschino della borsa, determinata a non utilizzarlo mai.

Tornata a casa, quel pomeriggio, misi a posto la stanza di mio figlio. Non ero ancora riuscita ad entrarci, da quando era partito. Aveva lasciato tutto in disordine e la scrivania era coperta da un groviglio di fili e aggeggi elettronici. Dio, quanto tempo passava davanti a quel computer. -I social sono il futuro, mamma- mi diceva sempre. Ci sapeva fare, era la sua passione.

Quella sera, nel suo letto, mi addormentai dopo giorni di estenuante insonnia e quella notte tornò da me. Quando la mattina dopo mi svegliai nella luce fresca dell’alba, ebbi una fitta al cuore. Non era tornato, era solo un sogno. Ero condannata ad aspettarlo per il resto dei miei giorni.

Trovai mio marito in soggiorno davanti alla televisione accesa. Non la stava guardando, sembrava più che altro fissare un punto lontano, oltre lo schermo. Aveva gli occhi freddi e incavati e mi sembrava che gli si fossero rinsecchite le labbra. Non mi parlava da giorni. -Dobbiamo andare a riprendercelo- gli dissi allora.

Stefano girò la testa di scatto verso di me. -Smettila- disse, -la devi smettere. Non tornerà-. Io ribattei che non avevano ancora ritrovato il corpo e che magari era lì fuori da qualche parte, ad aspettare di essere salvato. Gli dissi che stavamo perdendo tempo, che dovevamo pensarci noi, che l’avremmo trovato.

Lui scoppiò a piangere, sbattendo i pugni sui braccioli della poltrona. In ventitré anni di matrimonio non l’avevo mai visto piangere. Smettila, continuava a dire, non tornerà. Fu in quel momento che capii che avrei dovuto pensarci io. Fu in quel momento che decisi di trasferirmi a Coruña. Pochi giorni dopo ero su quella costa arsa dal vento e i miei pensieri si schiantavano tra una roccia e l’altra come quelle onde malvagie che mi avevano rubato la felicità.

L’estate è finita per cinque volte e come lei anche l’autunno, l’inverno e la primavera. Le venti stagioni che ho passato a Coruña sono state tutte uguali per me, tutte dello stesso colore. Un grigio spento, screziato solo da una speranza che sbiadiva ogni giorno di più. Le ore, i minuti e i secondi del vuoto in cui mi ero rinchiusa, erano scanditi delle nitide parole di mio marito. Smettila, diceva, non tornerà. E mentre il volto di Alex si oscurava nella mia testa, io rimanevo aggrappata alla mia gabbia.

E’ venuto a trovarmi, Stefano, un mese fa o forse di più. Il volto era segnato dagli anni passati, ma era ancora l’uomo che avevo amato in giorni migliori. Era di una bellezza composta e calda e rassicurante. -Mi hai abbandonato- mi ha detto lui. -Mi hai abbandonato- gli ho risposto io. Diceva che dovevo tornare indietro, che mi stavo uccidendo lentamente. Mi ha quasi convinta.

Abbiamo fatto l’amore e per poco mi sono sentita bene, mi sono sentita a casa. Ricordavo ancora il suo corpo a memoria e ogni profumo mi era familiare. Ma quando ci siamo sdraiati l’uno accanto all’altra, sapevamo entrambi che quello sarebbe stato il nostro ultimo incontro. Sapevamo che lui sarebbe tornato a casa, lasciandomi solo qualche vecchio vestito di scorta, un cellulare nuovo e il suo sapore in bocca, e io invece sarei rimasta a Coruña, ad aspettare il fantasma di una vita che non ci apparteneva più. A pensarci bene eravamo diventati due estranei.

Lui ripartì la sera stessa e io cambiai le lenzuola.

Sono passati cinque anni da quando l’oceano si è preso mio figlio. Cinque anni ho aspettato su quella spiaggia, sperando di vederlo riemergere dall’acqua. Oggi, per la prima volta, so che non ho aspettato invano.

E’ il 7 giugno e il mio Alex compie ventiquattro anni. Ho apparecchiato per due e ho fatto il suo dolce preferito, la crostata con le fragole.

Mentre frugavo nella borsa in cerca di un pezzo di carta su cui scrivere gli auguri al mio bambino, ho trovato il biglietto che mi aveva lasciato la sua amica al funerale. Allora non l’avevo neanche guardato, ma quando vivi in isolamento per cinque anni, impari a prestare attenzione a ogni cosa. C’era scritto POSTQUAM, le persone che ami vivono per sempre e cambiava colore come un opale, a seconda dell’inclinazione. Stranamente incuriosita, ho preso il telefono lasciato da Stefano e ho digitato il numero iridescente. Una voce registrata mi ha detto di digitare nome e cognome della persona con cui volevo parlare. L’ho fatto. E’ comparsa una foto di Alex sullo schermo e la voce mi ha chiesto di accedere ai profili di facebook e twitter della persona scelta. Ero spaventata, ma ho cliccato sul sì.

-Rielaborazione dei dati in corso- c’era scritto. Centinaia di foto di mio figlio hanno cominciato a scorrere sullo schermo del cellulare velocissime. Frammenti di video, pezzi della sua voce. Per trenta secondi ho fissato quell’accelerazione della sua vita e mi sono sentita svenire. Dio, quanto mi è mancato. All’improvviso si è fermato tutto. -Rielaborazione dei dati terminata- c’era scritto. -Non spegnere il dispositivo-.

Un attimo dopo il telefono ha preso a squillare. -Alex- c’era scritto -chiamata in entrata-. Ho schiacciato il verde con il dito sudato e ho aspettato in silenzio.

-Mamma- mi ha detto -mi senti?-

Era proprio il mio Alex e aveva la voce leggera e allegra come l’ultima volta che l’avevo sentito. Sono scoppiata a piangere, non riuscivo a respirare.

-Che cos’hai da piangere- mi ha chiesto, ridacchiando come faceva quando mi prendeva in giro. Dio, come si divertiva a prendermi in giro.

-Sei proprio tu?- gli ho chiesto.

-Certo che sono io, ti sembro Martin, per caso?- mi ha risposto.

Mi sono seduta al tavolo apparecchiato e mi sono versata un bicchiere d’acqua per calmarmi. Martin era il nostro cane e solo Alex lo chiamava così.

Non sapevo neanche da dove cominciare. -Mi sei mancato- gli ho detto singhiozzando -mi sei mancato come l’aria-.

-Anche tu mamma- mi ha risposto Alex -non sai quanto-.

Gli ho chiesto come fosse possibile e perché non mi avesse chiamato per cinque anni. -Dovevi pensarci tu- mi ha detto. -Te lo dicevo, mamma, te lo dicevo che il futuro era nei social. Grazie a tutto quello che ho scritto e condiviso su internet adesso possiamo parlarci. Il computer ha analizzato la mia vita online e ha ricostruito la mia identità. Non è pazzesco?- Mi ha chiesto divertito.

-Lo è- gli ho risposto sincera -è incredibile-. Mi sono morsa il labbro fino a tagliarlo, solo per assicurarmi di essere sveglia. Ho assaporato il gusto del sangue e ho aspettato che parlasse di nuovo.

-E poi sai come si dice- ha continuato Alex -a volte ritornano-. Mi ha fatto ridere, erano cinque anni che non ridevo. Poi la comunicazione si è interrotta con un breve fischio acuto e sullo schermo è comparso il logo di Postquam. -Per usufruire ulteriormente dei nostri servizi, selezionare un metodo di pagamento- c’era scritto.

-Al diavolo- ho pensato mentre selezionavo la piccola carta di credito in basso a destra -il futuro è nei social-.

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