L’interpretazione dei segni

Consegna: “Un eccentrico popolare”, 3 cartelle.

Foto di Erwin Olaf

L’interpretazione dei segni

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Conobbi Oliver la prima volta che stava per morire. Era un sabato pomeriggio assolato, decisamente lontano dagli standard londinesi di marzo, e stavo facendo spesa al Borough Market. Ero molto concentrata sulla scelta di un pezzo di carne e proprio mentre ordinavo mezzo chilo di macinato di cavallo e un paio di filetti di manzo, Oliver cadde sui miei acquisti. Un ragazzo sui 25 anni, non particolarmente attraente (ma neanche sgradevole alla vista), con i capelli neri e la pelle più bianca che avessi mai visto, giaceva in mezzo alle costate di maiale. Certo, ci misi un po’ a concentrarmi sul suo aspetto fisico, ero più preoccupata dal fatto che un essere umano fosse piovuto dal cielo e dalla consistente quantità di sangue che gli ricopriva il corpo inerme. Capii poco dopo, con grande sollievo, che il sangue proveniva dalle costate di maiale su cui era atterrato, ma in ogni caso non sono cose che ti capitano tutti i giorni.

Riprese coscienza quasi subito. <Sono morto?> mi chiese alzandosi e spazzando via una coscia di pollo dalla spalla. Aveva una di quelle facce che ti sembra di conoscere da una vita.

<Incredibilmente, sembri piuttosto vivo> gli dissi. Gli altri avventori del mercato non sembravano colpiti dall’accaduto più di quanto non lo fossero dagli eccellenti branzini che erano arrivati quel sabato a Borough.

<Accidenti, doveva essere un suicidio> mi disse rispondendo al mio sguardo basito e indicando distrattamente le alte travi di ferro della struttura del mercato coperto. A guardarlo bene non era affatto male. Sembrava in salute e, sangue di maiale a parte, era anche ben vestito. Mi pareva che uno così non potesse avere un motivo al mondo per desiderare un check out tanto anticipato. Aveva persino una camicia di Brooks Brothers (di quelle belle che cadono addosso che è una meraviglia) e dei bei pantaloni scuri che sembravano proprio fatti su misura. Doveva essere felice per forza.

<Chiamo un’ambulanza> dissi, cercando istericamente il telefono nella borsa.

<No no, grazie, lascia stare. Devo andare a cena da mia madre. Non credevo di doverci andare oggi, ma sono vivo e in ritardo quindi farò meglio a scappare. Io sono Oliver, comunque. Ci si vede in giro>.

Si scrocchiò il collo prendendosi il mento con una mano e la nuca con l’altra e torcendo la testa prima a destra e poi a sinistra, dopodiché si avviò verso l’uscita. Era più alto di quanto mi era sembrato sdraiato sul banco carni.

Due settimane dopo stavo facendo colazione con la mia amica Stacy  in un bar di Brewer Street. Stacy aveva sempre cose interessanti da raccontare e cominciava ogni storia con frasi tipo “Vivienne Westwood mi ha veramente fatto incazzare alla cena di Natale” o “Il Dalai Lama, che persona deliziosa!”. Così, per una volta che potevo impressionarla con un aneddoto divertente, avevo deciso di raccontarle la storia del suicida al Borough Market. Stacy mi fermò a metà del mio racconto concitato.

<Miracle Man> mi disse.

<Sì, è stato davvero fortunato. Si è fatto un volo di almeno venti metri> le risposi io, un po’ stizzita per l’interruzione.

<No, non hai capito. Lo chiamano Miracle Man. In due settimane ha cercato di ammazzarsi dodici volte ed è sempre sopravvissuto. E’ su tutti i giornali. Ma dove vivi?>  E sbatté una copia del Sun di fianco al mio muffin alla banana.

In effetti era in prima pagina. “Miracle Man: pericoloso squilibrato o protetto dal Signore? Continua a pagina 6”. Andai a pagina 6. C’era un servizio di ben 4 pagine, proprio su Oliver. A quanto pareva si era dato da fare: in quindici giorni si era buttato dalla terrazza della Tate e dal London Eye, si era legato un sacchetto di piombini a un piede per poi tuffarsi nel Tamigi da un traghetto turistico, si era sdraiato sui binari della metropolitana a Liverpool Street e aveva leccato la tazza del water del Buffalo Bar di Islington (a mio avviso, l’azzardo più sconsiderato). Aveva schiaffeggiato un leone allo zoo, mangiato 150 ali di pollo fritto del KFC, si era buttato in mezzo alla strada a Oxford Circus nell’ora di punta, ma per qualche motivo il Signore aveva altri piani per Oliver e in un modo o nell’altro cadeva sempre in piedi. Letteralmente.

Ebbi una folgorazione: quello del Borough Market era stato il suo primo tentativo e in un certo senso, se c’era qualcuno che aveva capito il potenziale di quel ragazzo prima di tutti ero io. Dio stava mandando un messaggio ad entrambi. A lui stava dicendo di rimanere fra noi e a me stava chiedendo di andarlo a cercare. Insomma, dopotutto era caduto proprio davanti a me, era un segno. Eravamo destinati a incontrarci.

Quella sera, a casa, cenai davanti al telegiornale, sperando di ricevere notizie della mia nuova anima gemella. Non ci volle molto prima che mandassero un servizio in diretta sul mio Oliver. Stavolta stava cercando di impiccarsi alla balaustra del Millenium Bridge. Bisognava riconoscergli una certa classe nella scelta dei luoghi e una drammaticità decisamente degna di nota. Quasi senza rendermene conto, mi ritrovai fuori di casa, ma non prima di aver messo la giacca buona e le Jimmy Choo di vernice. Stavo pur sempre andando a salvare l’uomo della mia vita.

La folla sul Millenium Bridge iniziava a vedersi già da Saint Paul. Quando arrivai (ci misi un po’. I piedi mi facevano un male cane, non è facile correre con un tacco 12) Oliver era ancora vivo, anche se non aveva per niente una bella cera, con quella corda intorno al collo a fermargli la circolazione. Nessuno aveva cercato di tirarlo su, ma in quanto a foto e video erano stati tutti molto efficienti.

Mi feci largo tra le macchine fotografiche dei giapponesi e i giornalisti e mi inginocchiai vicino al nodo sulla balaustra. Era davvero ben fatto. Mio padre mi portava sempre in barca da piccola, so riconoscere un nodo ben fatto e quello era uno dei nodi migliori che avessi mai visto.

<Oliver! Non farlo, tesoro, dobbiamo passare insieme il resto dei nostri giorni! Dio ci ha mandato dei segni!> Oliver controllò l’ora e decise che era stato appeso abbastanza. Apparentemente senza sforzo, risalì la corda con le braccia e si issò sul ponte.

<Se ne può parlare. Tanto a quanto pare non riesco a morire> mi disse con il respiro un po’ affannato. Quella sera lo portai a cena fuori, per sollevarlo un pochino.

Non passammo insieme il resto dei nostri giorni. In effetti arrivammo a malapena al terzo appuntamento, ma lui diventò in poco tempo un escapologista famoso e il sabato sera guardo sempre il suo programma in tv (l’hanno chiamato proprio “Miracle Man”, il programma).

Dopotutto, forse, avevo interpretato male i segni.

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