Milano, 1930

Consegna: Milano 1930, 2 cartelle

Milano, 1930

 città che sale

Mi credono uno di loro. I fascisti, dico. Ma non hanno mai capito davvero il significato delle mie parole. Eppure se ne sono appropriati, hanno preso i miei ideali e li hanno masticati e sputati e fatti loro. Non si sono neanche mai chiesti se a me andava bene, ma io ho lasciato credere a tutti, per vent’anni, che sì, mi andava bene così ed ero d’accordo con loro e partecipavo ai loro comizi e combattevo al loro fianco. Li ho lasciati fare, ho regalato loro le mie idee. All’inizio non vedevo l’arma che avevo messo nelle mani del duce. Ha tradotto la mia azione in distruzione e la mia velocità in guerra. E gliel’ho lasciato fare. Cinque anni fa mi sono reso conto che il mio progetto di creazione di una società nuova stava marcendo in un crogiolo passatista.

Mussolini inneggiava al mito dell’antica Roma e io, non potendo provare ormai altro che disgusto per quell’ottuso reazionario, me ne sono andato. Ma non sono un vigliacco, dovevo agire, non fuggire. Quindi sono tornato dalla sua parte e gli ho offerto ancora le mie parole, le mie parole piene di progresso. Ma non ci ha mai visto il progresso in tutte quelle parole, solo distruzione dissennata e pugni di ferro. Se avesse capito davvero di cosa parlavo avrebbe saputo come contribuire al mio progetto e ora non starebbe per morire. Poteva essere il mio eroe, il mio uomo nuovo, e ha scelto di essere mio nemico. Ma questo non lo sa, non l’ha mai saputo. Infatti adesso sono qui, proprio dietro di lui. Lo ascolto, batto le mani mentre urla alla folla di piazza Duomo che ci sarà una revisione dei trattati di Versailles. Passato, passato, sempre passato. Eppure non si volta mai. Si fida dei suoi uomini.

Fa male. La mia Smith & Wesson ha sei colpi in canna e preme fredda contro il mio fianco. Freme quasi, anche lei ha voglia di sparare. L’Isotta Fraschini mi aspetta in piazza Missori. E’ stata lei ad ispirarmi. Con quell’incidente in auto nel 1908 ho capito, tra la vita e la morte, il potenziale che avevano le macchine nella nostra vita. Dovremmo essere più simili a loro, alle macchine. Veloci, in continua evoluzione, prefigurazioni del futuro. Sto pensando alla mia Isotta Fraschini e la mano scivola da sola sulla Smith & Wesson. Da qui non mi vede nessuno, ma quando sparerò arriveranno tutti. Proprio qui, dietro al palco. Devo essere pronto alla fuga, devo confondermi con la folla e arrivare alla mia Isotta Fraschini il più velocemente possibile. Non sarà difficile, sono carico di un furore traboccante, sarò velocissimo. Fra pochi secondi cambierò il corso della storia, la morte del duce segnerà il punto di rottura per la nascita di una sensibilità nuova.

La sua nuca si tende lucida davanti a me, piena di vene gonfie di odio. La Smith & Wesson vibra nella mia mano destra e mi comanda. Zang tumb tumb. Il corpo del duce oscilla davanti a me e stramazza, come un cavallo malato che viene abbattuto. Non ho tempo di accertarmi, ma sono sicuro di averlo ucciso. Ho mirato proprio alle vene gonfie di odio che si ramificavano sulla sua nuca tesa e lucida. Corro verso piazza Missori e la città corre con me. Il Duomo spicca il volo verso l’alto, via Torino fugge lontanissima come un treno. E io sono come la mia Isotta Fraschini. Potente, veloce, dinamico e scivolo via nella città che sale. Sono un uomo macchina. Sono un uomo del mio tempo. Sono Filippo Tommaso Marinetti e ho appena cambiato il futuro.

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