Le parole non sono come i cani

Consegna: una persona incontra due persone sul treno. Le due persone a un certo punto scendono. 3 cartelle.

Foto di Robert Adams

Le parole non sono come i cani

Robert Adams

 Ieri ho conosciuto i genitori di mio figlio. E’ un peccato che non abbiano convenuto con me sulla questione, ma io posso giurare che fossero proprio loro.

Ero sul regionale per Milano, una mia amica più grande mi aveva consigliato di non abortire nel nostro paese, perché le voci corrono ad Alserio. La mia amica lo sa bene. Aveva più o meno la mia età quando rimase incinta e doveva ancora finire il liceo. Aveva ritenuto fuori luogo sia tenere il bambino, sia parlarne con i suoi genitori. In ogni caso non ce ne sarebbe stato bisogno, perché quando abortì sua madre lo venne a sapere il giorno stesso da una sua amica ostetrica. Il liceo non l’ha finito comunque, i suoi l’hanno mandata a lavorare.

Quindi eccomi sul treno di venerdì mattina. Mio padre mi ha accompagnata in stazione come ogni mattina perché ad Alserio non ci sono scuole superiori e devo prendere il treno per Como ogni giorno che Dio manda in terra. Solo che ieri, per la prima volta, ho preso un altro treno. Non è stato difficile.

Era piuttosto pieno di pendolari, vista l’ora, e mi sono accaparrata il primo posto libero che ho incontrato. Ero contenta perché c’era una poltrona vuota anche di fianco a me e ci ho messo lo zaino. Non mi piace tenermi le cose in grembo. Da quando ho scoperto di essere incinta mi dà proprio fastidio, come se appoggiata lì ogni cosa fosse molto più pesante.

Davanti a me c’era una coppia di ragazzi, giovani, ma non abbastanza per essere una coppia di studenti. Potevano essersi sposati da poco, forse convivevano da qualche anno. Sicuramente lavoravano a Milano, si capisce dai vestiti quando due lavorano a Milano. Lui aveva un completo sobrio, sul grigio, mi sembra, e una sciarpa bordeaux, un po’ appariscente per i miei gusti. Lei invece mi piaceva molto. Aveva delle scarpe da uomo inglesi, di quelle di pelle con i lacci e i buchini sopra. Adoro le donne che sanno portare delle scarpe del genere, io non potrei mai, perché ho le ginocchia troppo grosse. Quella ragazza invece aveva le gambe sottili, e portava dei pantaloni stretti a vita alta che la facevano sembrare ancora più magra.

Lui era gentile con lei, le parlava guardandola negli occhi e le teneva la mano con le dita incrociate. Mi sembrava che stessero bene insieme e sono sempre invidiosa delle persone che stanno bene insieme. Io sono negata a scegliere le persone e il fatto che ieri mattina fossi su quel treno da sola ne è la dimostrazione. Un padre c’era, ovviamente. Solo che non ha voluto accompagnarmi.

Quei due invece, si vedeva lontano un miglio che erano felici. Stavano parlando di alcuni amici o colleghi di lavoro, non so. Lei aveva un sacco di opinioni interessanti ed era evidente che lui pendesse dalle sue labbra. Non che mi sembrasse uno di quelli zerbini che fanno i succubi e poi hanno l’amante. Sembrava proprio innamorato. E pure divertente, mi è parso. Lei rideva spesso, cercando di fermare una ciocca di capelli ondulati dietro all’orecchio. Non avrei saputo dire chi dei due avesse il carattere dominante. Forse lei, perché era così sicura di sé e portava quelle scarpe con una tale disinvoltura.

Probabilmente aveva arredato la loro prima casa con colori caldi, per renderla accogliente. Ho pensato che magari cucinavano anche insieme la sera e si divertivano a inventare le ricette, perché nessuno dei due era tanto bravo. La camera da letto doveva essere di quelle ordinate, con la parte di lei e la parte di lui. Perfettamente uguali. Forse avevano anche una stanza degli ospiti in cui avevano dipinto le pareti di un color pastello, perché un giorno sarebbe diventata la stanza dei bambini. Erano troppo giovani per averne già. Con questo pensiero in testa, ho perso il controllo sulla mia lingua

– Volete un bambino? – gliel’ho chiesto davvero. Mi è uscito così, non mi sono neanche tolta le cuffie dell’ipod. Infatti all’inizio mi hanno solo guardato e sono tornati a parlare fra di loro, perché forse credevano che fossi al telefono con l’auricolare. Mi sono levata le cuffie.

– Scusate se vi disturbo, ma volete un bambino? – era evidente stavolta che stavo parlando con loro.

-Come, scusa? – Mi ha risposto lei. Aveva un sorriso garbato. Forse pensava che fossi una matta.

-Mi sembrate una bellissima coppia, avete dei figli? –

-Sei molto gentile – mi ha risposto lei, rivolgendo un sorriso brillante al marito – No, non ne abbiamo ancora –

-Ne volete uno, diciamo, fra sette mesi e mezzo? Io sto andando ad abortire, ma non mi va molto di farlo. Preferirei darlo a una bella coppia come voi – cominciavo a vedere un’ombra di imbarazzo nei loro occhi, ma ormai mi era uscito dalla bocca. Mio padre me lo dice sempre: le parole non sono come i cani, se fischi non tornano indietro.

-Stai scherzando? – adesso era lui a parlarmi, con una ruga preoccupata sulla fronte.

-No. Allora lo volete sì o no? –

Poi mi sembra mi abbiano chiesto se volevo chiamare qualcuno o qualcosa del genere. Sono scesi dal treno a Rogoredo e non si sono neanche voltati per salutarmi. Ma io posso giurare che fossero i genitori perfetti. Almeno per un bambino che i genitori, alla fine, non li avrà mai.

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