I’ll go where that apple goes

Un anno dopo mi ritrovo in un altro aeroporto, in un’altra città. La desolazione è la stessa, il sonno è lo stesso. Combatto la palpebra calante a colpi di redbull e ho quattro ore di attesa davanti. In quattro ore ci stanno molte redbull considerando che sono le due del mattino e stanotte non andrò a dormire. Perché quattro ore in aeroporto? E’ una storia lunga e poco interessante. Dirò solo che adesso invece che su una panca di Stansted dovrei essere su un cubo dell’Haeven, insieme a Melanie C. delle Spice e centinaia di checche urlanti e sudate. E la chiudo qui.

Ma io alla fine sono attratta da queste situazioni un po’ estreme e sgradevoli, quindi non mi lamento, tiro fuori il computer e scrivo l’ultimo aggiornamento da Londra. Ah ecco ho deciso una cosa: questo non sarà il mio ultimo aggiornamento. My Little Underground resterà aperto e diventerà il mio blog ufficiale. Non so di cosa parlerò, la mia vita non è così interessante, ma qualcosa mi invento. Recensioni, riflessioni, elogi di cose che mi piacciono, smerdate di cose che non mi piacciono. Boh, vedremo.

I pullman hanno qualcosa. Anche stasera attraversare Londra di notte è stato non dico bello (perché comunque l’idea del cubo dell’Haeven con Melanie C. sopra continuava a perseguitarmi), ma affascinante e suggestivo, quello sì. Dev’essere perché è estremo e sgradevole.

Da quando ho scritto l’ultima volta, ho fatto un po’ di cose, ho visto un po’ di concerti ho conosciuto un po’ di gente, ma non mi ricordo niente in questo momento, sarà già abbastanza difficile mettere insieme i ricordi di oggi.

Il mio ultimo giorno qui è stato come doveva essere: ho girato per il mercato di Camden con un po’ di sole, ho girato per il mercato di Camden con un po’ di pioggia, ho pranzato al Borough Market fondamentalmente tirando avanti ad assaggini offerti aggratis (stra buoni), mi sono fatta una gita educativa nel sexy shop più fornito di Soho (no, non da sola, non sono così squallida) e ho fatto l’esperienza estrema e sgradevole del giro da Primark. Qui mi soffermerei un secondo per dare una spiegazione: Primark trattasi di magazzino-discount di qualsiasi cosa, dai tappetini gommati per il bagno alle cerate da lupo di mare, dai maglioni con renna da Natale ad Aspen al set da fonduta. Se trovi qualcosa che costi più di venti pound sei un genio. In tutto questo, un branco affamato di signore afro con posticci sintetici nei capelli si riversa per le corsie completamente fuori controllo. E come comprano loro da Primark non compra nessuno. Sembrava che l’apocalisse fosse alle porte e che avessero solo mezz’ora per prepararsi. Quando riemergi dalla giungla del consumismo del tutto a 99 centesimi, sei psicofisicamente provato e l’apocalisse improvvisamente è una prospettiva allettante.

Ho salutato il mio super cesso di Camden Town. Che alla fine era un super cesso, ma mi ci ero affezionata. Non è stato un brutto posto in cui vivere, Camden. Innanzitutto è estrema e sgradevole, che nel caso non fosse chiaro, per me va sempre bene. E una volta che ti abitui a vedere il marciume sulla strada per casa, i topi all’angolo con Georgiana Street, il crackomane con il naso sfondato alla fermata dell’autobus e il vecchio santone con i piedi scalzi e la canottiera di rete al King of Falafel, ti senti a tuo agio. Ci sono un sacco di concerti, un sacco di locali, un sacco di negozi fighi, un sacco di facce interessanti, un sacco di musicisti di strada e Pete Doherty. E quella che resterà per sempre la mia prima casa, che ho deciso di omaggiare regalandovi questi scatti sparsi delle sue peculiarità. Enjoy.

Alla fine ci sta anche questo esilio in aeroporto, ho tempo per pensare e scrivere che sono due cose che mi piace fare, e se me la vedo brutta posso mettermi a dormire in posizione fetale sulla panca da cui sto scrivendo, come un robboso della stazione. Sono felice di tornare, ho preso tutto quello che potevo prendere da questo mese, mi sono fatta un po’ di corazza per gli anni prossimi e ho buttato semi. Staremo a vedere come andrà, ma sono tranquilla.

Cose che mi mancheranno: il clima autunnale quando subirò l’impatto climatico di una foca in Namibia, avere sempre qualcosa da fare, prendersi il lusso di non fare niente perché tanto vivi lì, avere la mia casa a rudo, il mio lavoro, i bagel di Brick Lane, la Rough Trade (di cui sono diventata principale azionista), la ginger cake della Nordic Bakery con il caffè ogni mattina prima di andare in ufficio, Sainsbury sotto casa, la tossicodipendenza inevitabile di quando scopri le compresse di paracetamolo a due pound da Boots, la gente vestita bene, Golden Square, scrivere in posti belli.

Mi faccio viva io

Giulia

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