Gioventù bruciacchiata

FullSizeRenderNon posso negarlo, sono vecchia dentro. Ignorando la data di nascita registrata all’anagrafe e il fatto che mio padre mi paga ancora il telefono, potrei avere l’età dei miei genitori. La mia libreria di iTunes si è fermata al 2004 con i Libertines, uso parole desuete come “desueto”, mi piacciono i cellulari con la tastiera e, nonostante me l’abbiano spiegato diverse volte, non ho ancora capito cosa sia esattamente Snapchat.

Per i primi otto anni di vita sono stata figlia unica e a parte l’assidua ed esclusiva frequentazione della Sofi, che dall’asilo in poi fu a tutti gli effetti una sorella per me, la mia vita sociale era popolata da un gran numero di adulti. Gli adulti mi sono sempre piaciuti molto, a partire dai miei genitori che però, al contrario di me, quando mi misero al mondo a trent’anni, erano ancora in piena adolescenza. Erano anche gli unici del loro giro di amici ad avere procreato e per alcuni anni fui la mascotte delle loro cene, dove tutto sommato ero piuttosto gradita. Come bambina, onestamente, mi facevo volere bene: me ne andavo in giro snocciolando miti e tragedie greche (spiegai l’Edipo Re alla mia pediatra, che con ogni probabilità valutò di chiamare il Telefono Azzurro), odiavo la maionese e adoravo la pasta e fagioli, facevo un perfetta imitazione di Aldo Baglio nelle vesti di Ajeje Brazorf, ricordavo a mia madre la lista della spesa e in generale richiedevo pochissime attenzioni.

Se da una parte me la cavavo alla grande con gli adulti, dall’altra avevo qualche difficoltà a rapportarmi con i miei coetanei. Quando mia mamma ed io ci trasferimmo a Parma, fui inserita in una classe dell’asilo nido a metà anno. Le maestre mi dedicavano molte attenzioni e facevano del loro meglio per farmi adattare, ma questo disturbava gli altri bambini, una in particolare, Maria, che fino al mio arrivo doveva aver occupato la posizione privilegiata in cui ora mi trovavo io. Lei era della Costa d’Avorio, ma io venivo da Pietralata a Roma, quindi era difficile per le maestre stabilire chi delle due provenisse da un posto più degradato e meritasse quindi maggiori cure. Ad ogni modo, Maria ci mise mezza giornata per decidere che andavo eliminata. Con una forza sorprendente per una bambina di due anni, cominciò a percuotermi regolarmente. Arrivavo la mattina e mi prendevo uno schiaffone, solo per essermi presentata. C’era lo schiaffone postprandiale, lo schiaffone che seguiva la pennica pomeridiana e, il mio preferito, lo schiaffone di congedo. Tra uno schiaffone e l’altro intercorrevano graffi, morsi, strangolamenti e vari tentativi di farmi lo scalpo a mani nude, che sarebbero andati a buon fine se non avessi avuto così pochi capelli. Io invece, nonostante le mie radici coatte, avevo l’indole di un piccolo Buddha. In più una parte di me temeva di meritarsi quella corcata quotidiana. Io, per vendetta, mi ero limitata ad affibbiare alla mia carnefice un soprannome, ai miei occhi crudelissimo: Maria Buffetta.

Tuttavia l’altra parte di me sapeva che c’era qualcosa di molto sbagliato nel farmi picchiare tutti i giorni senza un motivo dichiarato e così consultai i miei genitori, nonché miei unici amici. Mentre mia madre si adoperava a telefonare a insegnanti e genitori per risolvere la questione nel modo più diplomatico possibile, mio padre, lo stesso uomo che quando accennavo un capriccio mi esortava a “non fare la bambina”, ritenne che fossi pronta a imparare la Legge della Strada: «Devi capire chi comanda e stenderlo. Un pugno in faccia al più grosso e non ti tocca più nessuno» mi disse lui. Essendo più che evidente che a comandare era Maria Buffetta, il giorno dopo misi in pratica il consiglio paterno e le tirai un cartone in un occhio e in effetti, non mi toccò mai più. Quello fu il momento in cui imparai a prendermi cura di me stessa e da allora ogni giorno della mia vita è stato occupato da quello stesso impulso, quello di cavarmela da sola (accompagnato il più delle volte dall’istinto represso di mettere le mani addosso alla gente).

Spesso, a onor del vero, più che di impulso si trattava di necessità. Mia mamma ha sempre lavorato e una volta finito il tempo pieno delle elementari, non era raro che dopo la scuola, ad aspettarmi a casa, trovassi alcuni foglietti di indicazioni stringate per prepararmi da mangiare. Pasta, frittata, petto di pollo alla piastra. Non ero certo una cuoca virtuosa, ma mi piaceva dedicarmi a quell’attività che consideravo decisamente adulta.

FullSizeRenderNon si può dire che avessi fretta di crescere però: tutto ciò che implicava una trasgressione delle regole cominciò ad affascinarmi piuttosto avanti nel tempo e sempre in maniera molto contenuta. Anche quando sentivo di averla combinata grossa, rimanevo sempre nella famiglia delle brave bambine. Quando a tredici anni decisi con la Sofi che era arrivato il momento di fumare la nostra prima sigaretta, la bravata venne svolta nel più totale rigore. Andammo da un tabaccaio lontano lontano, per essere sicure che non conoscessero mia madre, e mettemmo in scena un siparietto ridicolo: «Che sigarette vuole la mamma?» urlava la Sofi per non fare insospettire il tabaccaio, ottenendo, com’è ovvio, l’effetto opposto a quello desiderato. Con gli occhi bassi scegliemmo le Marlboro Light, le sigarette di Carrie Bradshaw. Tornando verso casa mia – correndo, per l’esattezza, come se avessimo fatto una rapina in banca – sfilammo una sigaretta dal pacchetto e buttammo le altre diciannove, in un attacco di completa paranoia. Fumammo quell’unica paglia passandocela con circospezione, manco ci stessimo facendo una pera, e per i tre anni successivi ci ritenemmo soddisfatte in quanto a botte di adrenalina.

A sedici anni, con modalità analoghe, ci ubriacammo per la prima volta. Anche in questo caso ci limitammo alle condizioni minime di ribellione: eravamo a casa della Sofi da sole e dopo aver svolto diligentemente tutte le versioni di greco della settimana, pensammo di celebrare la cultura classica con un bicchiere di Ouzo a cui seguì un altro bicchiere di Ouzo a cui seguì una grande euforia che sfogammo correndo nei campi di granturco intorno a casa Alexandratos e arrampicandoci sulle balle di fieno senza mai smettere di ridere, come possedute da un demonio particolarmente esilarante. Tornammo indietro luride e coperte di graffi e contente di poter aggiungere una tacca alla cintura della nostra gioventù bruciacchiata.

Ma ero troppo adulta per abbandonarmi all’incoscienza dei miei anni, troppo adulta per non temere le conseguenze delle mie azioni, troppo adulta per bere il terzo bicchiere di Ouzo. A volte era estenuante essere nei miei panni e spesso mi trovavo a invidiare chi alle feste finiva a vomitare nelle fioriere. Io ero sempre quella che teneva indietro i capelli alle amiche senza scopa nel culo.

2887_1123404932748_5463670_nCredo di essere venuta fuori così per contrasto. Sia mia madre che mio padre da giovani erano stati, per usare un eufemismo, dei bons viveurs e non ne avevano mai fatto segreto. Mio padre, con scopi didattici e vagamente minatori, mi aveva raccontato le sue esperienze psichedeliche degli Anni 70; mia madre aveva cominciato a farmi intingere il dito nel vino prima che imparassi a dire “no grazie” (non a caso ero con lei a cena la prima volta che vomitai in una fioriera). Quindi le possibilità erano due: che finissi in una clinica di riabilitazione prima dei diciotto anni o che sviluppassi un super-io di cemento armato. Non eravamo abbastanza ricchi per le cliniche di riabilitazione, quindi finii per compensare la follia, che già scorreva impetuosa in tutti i rami della mia famiglia, diventando una giovane anziana in pieno controllo di sé.

Da quando ho finito il liceo e mi sono trasferita a Milano, sento che la mia condizione di giovane vecchia non è poi così inopportuna. Mi sono anzi adoperata subito per consolidare l’età adulta attraverso una serie di azioni che ritenevo necessarie a tale scopo. Ho trovato una casa, ho trovato un lavoro con cui pagare la suddetta casa, mi ci sono trasferita dentro con il mio fidanzato di lunghissima data, ho fatto la tessera del supermercato e prima che potessi accorgermene ero alle prese con tutte le rotture di palle di cui l’età adulta è costellata. Quest’anno, per la prima volta, ho pagato le tasse e devo ammettere che come rito di passaggio preferivo sbronzarmi di Ouzo.

Adesso apro le bollette con le mani sudate. Mi sveglio tutti i giorni alla stessa ora e mi addormento, sempre alla stessa ora, davanti a qualsiasi film cerchi di vedere alla sera. Ho un perenne dolore alla cervicale, probabilmente dovuto al fatto che vivo ingobbita al computer. Mi lamento del disordine lasciato da Andrea come una casalinga disperata. Insomma ora che sono finalmente nel campionato adeguato al mio invecchiamento precoce, talvolta preferirei giocare in quello juniores. A volte mi piacerebbe dormire fino a mezzogiorno di mercoledì come un qualsiasi universitario fuori sede, andare al bar con gli occhiali da sole e lamentarmi di quanto ho bevuto la sera prima. Poi mi viene in mente quel brivido di realizzazione che mi dava prepararmi da mangiare alle medie o mettere Maria Buffetta al suo posto e mi rendo conto che lavorare, svegliarmi presto e persino pagare le tasse sono attività che tutto sommato sortiscono in me la stessa sensazione di compimento. E a dirla tutta ci sono cose per cui già a ventitré anni sento di non avere più l’età: i concerti in piedi, il campeggio e i drink troppo colorati sono solo alcune delle cose davanti a cui ormai scuoto la testa con convinzione. Per non parlare dei crop-top, che mi procurano gastriti fulminanti. Per altri versi invece temo di non padroneggiare ancora appieno l’età adulta: sono una cazzeggiatrice professionista e una procrastinatrice di primo ordine. Gestisco le incombenze all’urlo di “non fare oggi quello che puoi fare domani” e sono incredibilmente produttiva solo quando ho l’acqua alla gola. Probabilmente l’unico modo per convincermi a prendere la patente sarebbe mettermi al volante di un camion senza freni con una bomba a bordo, diretto a tutto gas verso un precipizio.

Sospetto inoltre di non essere in grado di fare la spesa nel modo giusto. Che spenda dieci, cinquanta o cento euro, non riesco mai ad approvvigionarmi per più di tre giorni. Al giorno numero quattro sto già raschiando il fondo della confezione di stracchino, mentre l’assortimento di cavoli presi in uno slancio di salutismo marcisce nel frigo. Inoltre trovo che fare la spesa sia un’attività talmente odiosa che mi trascino sempre al Carrefour alle dieci di sera, quando sugli scaffali sono rimaste solo sei lattine di pesche sciroppate e nient’altro. A quell’ora mi aggiro con i capelli arruffati insieme a un’imbruttita che raccatta articoli senza neanche togliersi il casco da moto e una sciura solitaria che riempie il carrello di cibo per gatti e birre scadenti. Con loro scambio malinconici sguardi d’intesa. Una donna adulta padrona della sua vita di certo farebbe la spesa alla mattina o comunque prima del tramontar del sole, comprerebbe cibi sani da cucinare invece che minestroni pronti da scaldare in microonde, cercherebbe di equilibrare proteine, carboidrati e fibre, invece di fare della pasta al pesto l’elemento base della propria dieta. Se quella è l’età adulta, io sono ancora molto lontana. Tuttavia sono già in quella fase in cui i giovani mi innervosiscono e mi ritrovo, più spesso di quanto vorrei ammettere, a fare il mazzo agli adolescenti rumorosi che non fanno sedere le signore sull’autobus (e con “signore” intendo soprattutto me). 10443309_10206259169545581_3523491224998575926_n

La verità è che non è solo la mia percezione a restituirmi l’immagine di una persona matura. Una sera mentre tornavo a casa in tram, stavo leggendo un libro come faccio tutte le volte che devo passare più di venti minuti su un mezzo pubblico. All’altezza di Porta Genova sale un gruppo di ragazze messe su a festa e una di loro, che avrà avuto almeno quattro o cinque anni più di me, mi guarda e mi fa: – Scusi signora, questo è il 2? -. Passato il primo impulso suicida per cui mi sarei semplicemente calata dal finestrino e buttata sotto la prima macchina, le ho risposto che sì, era sul tram corretto, dopodiché mi sono interrogata sull’episodio e sul perché quella signorina avvolta nel lurex e palesemente più vecchia di me avesse pensato che fosse necessario darmi del lei. Mi sono saltate in mente due pubblicità che giravano in tv in quei giorni: una di un telefono, con protagonisti dei giovani ribellissimi ricoperti di teschi messicani che vanno in skate sui tetti dei palazzi e fanno i selfie con la lingua di fuori. L’altra era di una bibita, e dei giovani modaioli trasgredivano alle norme borghesi facendo la doccia con i loro vestiti color pastello ancora addosso. Sospettavo quindi che quello strano oggetto rettangolare e sfogliabile che tenevo tra le mani, non coerente con l’iconografia dei giovani d’oggi, avesse impedito a quella signorina di identificarmi come una di loro. Forse con uno skate sotto braccio e un accessorio colorato l’equivoco non ci sarebbe stato. In sua difesa però aggiungo anche che ero struccata, il colore più acceso che avevo addosso era un verde marcio, avevo passato gli ultimi due giorni murata in casa davanti a un computer e la luce del sole non sfiorava la mia pelle da mesi. Insomma, ero molto lontana dalla versione più attraente di me stessa e assomigliavo piuttosto a una scopa di saggina.

Mi sono quindi trovata a riflettere anche su un altro cruccio legato agli anni che passano. Mi guardo allo specchio e nonostante mi venga restituita l’immagine di una donna giovane, con la pelle tesa e le tette che puntano ancora verso l’alto, vedo comparire i segni del tempo, impercettibili a un occhio estraneo ma significativi per la diretta interessata. I capelli sono la mia nemesi. Per anni ho avuto capelli non solo bellissimi, ma spontaneamente bellissimi. Potevo lavarli con il detersivo per piatti o con il sapone per le mani, asciugarli al vento o davanti alla marmitta di una macchina, ed erano sempre perfetti, lisci, setosi. Con gli anni qualcosa è cambiato: ora sono costantemente ricoperti da una lanugine crespa e se li espongo al minimo giro d’aria, mi ritrovo in testa un nido di chiurlo. Li pettino, li stiro, li intingo nell’olio, ma l’effetto paglia torna sempre. Da poco mi sono rassegnata ad abbandonare lo shampoo da discount e una volta al mese entro da Lush, pronta a spendere cifre molto superiori alle mie possibilità economiche per prodotti dai nomi promettenti: Belli capelli, A testa alta, Crine tempestose, Godiva. Con quella per i capelli sono nate altre preoccupazioni e da un giorno all’altro ero schiava delle creme per il viso, degli scrub per i talloni secchi e dei tonici anti-cellulite e i commessi di Lush mi chiamavano per nome, dandosi il cinque fra loro tutte le volte che entravo in negozio. Sull’onda di questa nuova necessità di curarmi del mio corpo, ho cominciato a soppesare cautamente l’idea di intraprendere una qualche forma di attività fisica, che da quando vivo a Milano consiste nel camminare sulle scale mobili della metropolitana invece che farmi trasportare come una vacca verso il macello. Tuttavia, consapevole che una rampa di scale è a malapena classificabile come “attività”, ho deciso di esplorare le mie opzioni. Sono andata a informarmi in palestra, dove sono stata accolta da un ragazzo tonico e lucido, troppo entusiasta per i miei gusti. L’idea di pagare l’equivalente del mio affitto mensile per farmi urlare addosso “ANCORA UNO, DAI!” da una specie di animatore da villaggio, mi allettava ancora meno dell’idea di ingrassare e sviluppare la gobba entro i trent’anni. Ho quindi ripiegato su una lezione-prova di danza contemporanea, unica attività quasi sportiva che avevo svolto negli anni del liceo. Ma dopo quattro anni passati rigorosamente seduta, sentivo il mio corpo ribellarsi con prepotenza alla fatica e dopo aver sudato ogni liquido corporeo in mio possesso, comprese le lacrime, ed essere stata paralizzata dall’acido lattico per settimane, ho capito che la lezione-prova sarebbe stata anche la lezione-ultima. 

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Schermata 2016-05-28 alle 15.08.41Alla fine ho scelto l’opzione più conveniente dal punto di vista economico: ho comprato un materassino da yoga da due euro e novantanove centesimi e ho cercato “culo di marmo” su Youtube. Inutile dire che ora faccio gli squat con la stessa continuità con cui mi depilo le sopracciglia: ad ogni eclissi solare. Ma solo possedere un paio di pantaloni di lycra e guardare gli allenamenti di Jane Fonda mangiando verdure crude, mi fa sentire come se fossi a un passo dal mio corpo ideale. Forse dovrei mettere il tappetino su un camion senza freni con una bomba a bordo, diretto a tutto gas verso un precipizio, allora sì che ci darei dentro.

So di essere giovane. So che se la linea temporale della vita fosse distribuita sui giorni della settimana, io sarei a malapena a martedì pomeriggio. Eppure sento questa fretta. Sento di dover combinare qualcosa, qualcosa di buono. Ho paura di svegliarmi un giorno, o una notte, raggiunta dal pianto di una creatura che ho messo al mondo, e realizzare che è troppo tardi per fare certe cose e che mi sono scordata di vivere a New York per un po’, di fare un viaggio con le amiche, di scrivere un bestseller. O di prendere la patente.

Non sono una persona nostalgica, finora ho vissuto la mia vita aspettando con trepidazione il mio futuro. Battere il tempo sul tempo è stata la mia missione per ventitré anni. Ma crescere è una faccenda complessa e sempre più spesso mi ritrovo a chiedermi: che fretta avevo? Ogni momento si solidifica velocemente, si fissa nell’esistenza come l’argilla al sole, che una volta asciutta non torna più come prima, si può solo rompere. Oppure può diventare un bel vaso, in cui mettere fiori freschi ogni giorno. Per ora faccio del mio meglio per costruire, se non un bel vaso, quantomeno un robusto pitale o un capiente posacenere. 

So di essere giovane, so che è solo martedì. Ma, purtroppo, non so nient’altro.

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Giulia Pilotti

 

Ridi, ridi che la mamma ha fatto il dolcepanone

Ci sono cose che può insegnarti solo tua madre: come si tira la pasta, qual è il modo migliore per rimuovere ogni tipo di macchia, il trucco dello smalto trasparente per bloccare i fili tirati dei collant. Mia madre mi ha insegnato a giocare a biliardo e a fare il dolcepanone, una specie di budino di pane raffermo che raccoglie in sé tutti gli avanzi del frigorifero e che pertanto è più uno stato mentale, che non una ricetta. Le mie calze sono tutte bucate.

mamma3Non ne faccio segreto, la più mondana fra noi due è lei. La maggior parte dei suoi racconti inizia con “ero a una festa”, mentre io non vado a una festa dal 2012. La sola parola mi provoca l’impulso irrefrenabile di sdraiarmi sul pavimento con una coperta. Eppure mia madre ha fatto di tutto per abituarmi, o meglio educarmi, al suo stile di vita.

Ci siamo trasferite a Parma quando avevo due anni e per lei lasciare Roma voleva dire anche lasciarsi indietro gli anni più divertenti della sua vita, fatti di feste a casa di Nastassja Kinski, brillanti registi omosessuali, tramonti sul litorale di Ostia e albe sulle terrazze romane. Parma però era stata casa sua ai tempi del liceo e in uno slancio di coscienza decise di crescermi in un posto dove le probabilità di essere scippata sotto casa fossero significativamente più basse che in zona Stazione Tiburtina, dove all’epoca abitavamo. Mio padre nel frattempo si era dichiarato inadatto alla convivenza, mettendo fine al matrimonio più breve del mondo, e si era trasferito non molto lontano dalla nostra nuova destinazione.

Eravamo da sole, in una nuova città, in una nuova casa. Tuttavia mia madre non ha mai perso più di dieci minuti a disperarsi e la sua versione della situazione era arricchita da molti punti esclamativi: Siamo da sole! In una nuova città! In una nuova casa! Prima ancora di poter dire “trasloco”, eravamo in giro per bar con i suoi ex compagni di liceo, ex compagni delle medie, ex compagni delle elementari e futuri compagni di sbronze. Anche se sarebbero passati ancora molti anni prima che io iniziassi a bere, il posto che frequentavo più spesso al tempo dell’asilo nido era Il Tosco, dove in piedi su uno sgabello venivo munita di una stecca da biliardo con un piccolo rastrello in punta, prolunga posticcia del braccio che avrebbe dovuto reggere l’altra stecca. Il locale prendeva il nome dal suo proprietario, un uomo dai modi piuttosto rudi e dall’aspetto poco rassicurante che invitava i clienti fumatori a usare il “posacenere grande”: il pavimento. Questo signore sarebbe presto diventato uno dei più cari amici di mia mamma nonché mio occasionale babysitter.

In quegli anni dormivo ovunque: poltrone, sedie, sgabelli, tavoli da biliardo. Non c’era cena, concerto o festa a cui mia madre rinunciasse e non c’era cena, concerto o festa di cui lei non fosse sempre l’ultima ospite sopravvissuta. Io passavo gran parte delle serate a dormire in una pila di cappotti nella stanza adiacente alla pista da ballo.

mamma5A dire il vero, sono molto grata a mia madre per i suoi metodi educativi poco ortodossi. Tutti i ricordi che ho insieme a lei sono ricordi felici. Non si può certo dire che mi abbia viziato: non mangiavamo mai prima delle 10 di sera, la pizza a domicilio era sul menu più spesso di quanto desiderassi e mentre in gita scolastica le mie amiche arrivavano con una borsa di medicine preparata dalle loro madri per ogni emergenza, io partivo sempre con una sola pasticca di tachipirina, spesso scaduta. A mia madre manca completamente il cromosoma della casalinga e il suo istinto materno va e viene, del tutto intermittente. Ma come dicevo, è una questione genetica: è la più grande di cinque fratelli nati in sette anni, nonché unica femmina. Mia nonna è una donna amorevole, ma quando si hanno cinque figli non è facile essere amorevoli sempre e nella stessa misura con tutti. In casa loro la filosofia era Si salvi chi può. Vigeva una forma di darwinismo sociale e l’affetto finiva spesso schiacciato tra tentativi di prevaricazione e lotta per la sopravvivenza. Ogni pasto troppo rumoroso, ogni trasferta che li costringeva in sette su una Ford Cortina, portava sempre con sé una certa dose di nervosismo e sospetto che in quei momenti ci fosse troppa confusione per prendere nota mentale di come si allevano o non si allevano i figli. Qualcosa però deve esserle rimasto perché mia madre di figli ne ha fatti solo due.

Ho sprecato alcuni anni della mia vita a nutrire un profondo rancore nei suoi confronti: mettere la cena in tavola all’ora giusta, non dimenticarsi il bancomat alla cassa dopo aver pagato la spesa e passare a prendere la figlia in palestra in orario erano tutte cose troppo convenzionali e fastidiosamente ordinarie per lei, mentre io da brava figlia di divorziati volevo solo essere il più ordinaria possibile. Tuttora quando torno a casa nel weekend e mi lamento del frigo desolato, mi dà della borghese (cosa che in effetti sono, in confronto a lei). Lei è la donna che si è rotta un gomito ballando, che ha preso a colpi di tacco 12 uno scippatore sull’autobus, che ha vinto due edizioni di seguito del “Premio Gaburro” (un raffinatissimo evento sociale in cui mia mamma e il suo gruppo di amici facevano a gara a chi si vestiva peggio, ripescando dal fondo dell’armadio zatteroni Anni 70 e vecchi cappotti da pappone). Non è facile immaginarsela con un grembiule bianco e rosso a farcire l’arrosto per il pranzo della domenica. Ha farcito alcuni arrosti nella sua vita, ma mai di domenica e probabilmente non era neanche un orario appropriato per mangiarli. mammaMa mia madre non è del tutto sprovvista di razionalità, è solo che la riserva ad alcuni campi d’interesse di sua preferenza. Prima di tutto è architetto, mestiere che richiede una certa dose di precisione. Non ha mai dormito in una stanza d’albergo senza prima averne ridistribuito ogni pezzo di arredamento e, per quanto odi ammetterlo, spesso l’aspetto finale della camera è molto migliore di quello che aveva al nostro arrivo. Ha il frigo più ordinato che abbia mai visto, ogni alimento è disposto a incastro perfetto secondo le regole delle proiezioni ortogonali. Pare anche che mentre aspettava me fosse caduta vittima di una pesantissima dipendenza da Tetris. Insomma il suo bisogno di ordine è confinato all’organizzazione dello spazio, ma per vivere nel mondo preferisce di gran lunga l’improvvisazione.

mamma6 (1)Io invece non sono in grado di improvvisare. Si racconta che gli abitanti di Königsberg regolassero i propri orologi sulle passeggiate pomeridiane di Kant, per quanto era abitudinario. Ecco io, che metto le chiavi nello stesso posto ogni volta che entro in casa e rispondo sempre sempre al telefono, sono noiosa e metodica come Immanuel Kant. L’unico caso in cui una persona regolerebbe l’orologio in base agli spostamenti di mia madre invece è se questa persona volesse essere sempre in ritardo di 45 minuti. Insomma, siamo diverse ed essere diverse non è sempre stato facile. Ma superata quella fase conturbata e conturbante che è l’adolescenza, periodo che ci ha viste in lotta per diverse ragioni profondissime quali la mia ostinazione a mettere le scarpe di tela con la neve o la mia libertà di tagliare le maniche a tutte le magliette che possedevo, ho smesso di vedere in lei una nemica (e di mettere le scarpe di tela in inverno). In qualche modo siamo tornate alle origini, a quando la cosa che mi rendeva più felice al mondo era addormentarmi con lei seduta a lavorare al tavolo da disegno di fianco al mio letto. Abbiamo vissuto insieme per diciannove anni e da quando il nostro rapporto non è più quotidiano, mi è più facile ritrovare quel filo invisibile di solidarietà che ci univa quando c’eravamo solo l’una per l’altra. Ora che la cena me la preparo da sola, mi rendo conto che avevo bisogno di lei quanto lei ne aveva di me e che quei punti esclamativi con cui riempiva le nostre giornate erano molto meno spontanei di quanto abbia mai fatto trasparire. I miei ricordi felici potevano anche non essere tali, ma lei ha sempre fatto in modo che lo fossero. In qualche modo ci siamo protette a vicenda e continuiamo a farlo, nell’unico modo che conosciamo: prendere le cose serie con leggerezza e le cose leggere con serietà.

Dopo 23 anni di vita sono semplicemente giunta alla conclusione che mio padre è mia madre e mia madre è mio padre. Lui mi riempie la dispensa di casa ogni domenica. Lei mi fa ridere, mi presenta ai suoi amici influenti e mi insegna a fumare la pipa, e alla fine ho un padre e una madre e i conti tornano. I conti di cui dovrò preoccuparmi forse saranno quelli dell’analista fra qualche anno, ma per adesso non noto conseguenze disastrose. Ho trovato il mio equilibrio tra adulti squilibrati. E non mi sono mai annoiata in vita mia.

Giulia Pilotti

L’insostenibile leggerezza della solitudine

Quando mi sono trasferita a Milano, ero talmente felice di avere la mia prima casa che il giorno del trasloco ho montato un MALM matrimoniale completamente da sola. Avrei potuto aspettare l’arrivo di Andrea il giorno dopo, ma volevo che la mia vita adulta cominciasse il prima possibile. Due ore e molte dita schiacciate più tardi, mi ero costruita un letto e per quanto basico nella sua architettura, mi sentivo come se avessi appena realizzato l’Apollo 11 con le mie mani. Molto appagata.
2887_1123404492737_4741424_nIn effetti ho sempre provato una passione quasi carnale per i risultati concreti. Da bambina il mio incubo più grande era che alle feste di compleanno a qualcuno venisse in mente di giocare a palla avvelenata: non solo odiavo correre, ma l’idea di doverlo fare in preda al panico, sapendo che presto o tardi (presto) sarei stata colpita da un pallone, era completamente priva di senso. Soprattutto nella logica di una persona che amava passare i propri pomeriggi a decoùpare scatole di legno.
L’unico problema dei risultati concreti era che così come era tangibile la riuscita di un portagioie perfettamente laccato, era tangibile anche il fallimento di tale progetto quando qualcosa andava storto. Odiavo fallire, soprattutto se il mio fallimento era evidente come una ciocca di capelli rimasta appiccicata all’ultimo strato di colla vinilica.
Ho imparato a gestire il fallimento la prima volta che ho fatto gli gnocchi di patate con mia nonna. Avendo quattro anni e due mani minuscole, ero stata messa a strisciare gli gnocchi sulla forchetta per farci le righe e avevo preso il mio compito con il massimo della serietà. Dopo ore di lavoro indefesso, potevo non solo osservare il risultato del mio impegno, ma addirittura assaggiarlo. Per di più non li avevo mai mangiati, gli gnocchi, quindi ero impaziente ed eccitata come alla Vigilia di Natale.
Forse le mie aspettative erano troppo alte, ma quando misi in bocca il primo gnocco di patate della mia vita, ci rimasi malissimo. Non so cosa mi aspettassi esattamente, ma all’epoca il mio cibo preferito era l’ovetto Kinder e forse speravo solo di trovare un sapore meno blando e una consistenza meno viscida. Ad ogni modo, quando mia nonna mi chiese se mi piacevano, con le lacrime agli occhi e un conato di vomito risposi: “buonissimi”. Da quel momento non sarei mai più stata capace di accettare la sconfitta con onore. L’avrei sempre e solo spazzata sotto al tappeto o, all’occorenza, ingoiata.
Quattordici anni dopo, maggiorenne da pochi mesi, mi trovavo ad affrontare il primo viaggio in completa solitudine. Arrivata a Parigi, ero pervasa da un senso di onnipotenza, che si esaurì nei primi dieci minuti delle due ore di metropolitana. Dopo essere scesa alla fermata di Volontaires, speravo che qualche passante, con la proverbiale disponibilità dei parigini, mi avrebbe spiegato la strada per il dormitorio dove ero alloggiata. Nessuno sapeva indicarmi una direzione e nessuno mi aveva aiutato a portare su per le scale della metro i mie venti chili di valigia: ero a Parigi da poche ore e avevo già perso la poca fiducia che mi rimaneva nei confronti dell’umanità. Tutto sommato ero ancora preda dello spirito di Thelma e Louise e una volta sistemata nel dormitorio, trovato per caso dopo un’ora di giri alla cieca, ero già rinvigorita: camera mediamente pulita, bagno dignitoso, nessuna macchia strana sulle lenzuola. Un successo, insomma.
Ma all’ora di cena mi trovai davanti a un nuovo dilemma: mangiare da sola. Per quanto a casa fossi abbastanza abituata a prepararmi il pranzo e consumare un piatto di pasta in solitudine, l’idea di farlo in pubblico mi procurava una certa dose di malinconia. Nella mia testa cominciò a suonare una fisarmonica triste e in bocca sentii distintamente il sapore dei miei primi gnocchi di patate. Quindi dopo aver ostentato un falso entusiasmo al telefono con mio padre, mangiai un pacchetto di cracker, guardai “L’odio” sul computer e andai a letto, sopprimendo ancora una volta il mio senso di inadeguatezza.

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Imparai presto che non c’è niente di disonorevole nel mangiare da soli. L’estate successiva, mentre lavoravo in un ufficio di Londra, realizzai che nelle grandi città, in effetti, è la norma. Anzi, dopo aver condiviso un cubicolo con tre persone per tutta la mattina, non vedevo l’ora di sedermi su un muretto a minimo dieci metri di distanza da un altro essere umano e consumare un sandwich insensatamente costoso senza incrociare lo sguardo di nessuno. Riscoprii il gusto di stare da sola, proprio come quando sceglievo di imparare a fare gli origami nella mia stanza invece che andare a farmi umiliare negli sport in cortile. Non a caso pochi anni dopo mi sarei trovata armata di cacciavite davanti a un letto matrimoniale che sarebbe stato più facile montare in compagnia. Ma il punto è proprio questo: quando ti arrangi, la soddisfazione è doppia.


Ora che sono quasi una persona amo la solitudine e da un paio d’anni, ovvero da quando convivo, a volte la bramo. Ci sono certe cose che avrei preferito tenere nascoste ad Andrea: ogni tanto mi piace consumare i miei pasti direttamente dalla pentola, compro il parmigiano già grattugiato perché sono troppo pigra per usare una grattugia manuale, se mi cade qualcosa per terra ci soffio sopra e la mangio lo stesso, uso le spugne finché non puzzano di carogna e piuttosto che svuotare il buco della doccia dai miei capelli aspetto che la matassa si animi di vita propria, si trasformi nel cugino Itt della famiglia Addams e se ne vada da sola. Però nessuno è perfetto e ogni volta che trovo una scatola, un cassetto, uno sportello che Andrea lascia sistematicamente aperto o i suoi calzini sparsi sul pavimento, mi dico che dopotutto posso permettermi di fare un po’ schifo ogni tanto. Lui svuota il buco della doccia senza fare una piega, io chiudo i cassetti in silenzio e ci amiamo come prima.

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Due settimane fa abbiamo festeggiato il nostro sesto anniversario. Festeggiato in realtà è un termine poco appropriato: l’ho accompagnato in aeroporto e l’ho salutato per i prossimi tre mesi (che per due persone che hanno passato insieme gli ultimi 2190 giorni equivale a morire). Dopo aver smoccolato su un gelato biscotto per qualche minuto, seduta su una panchina di Malpensa con vista aerei (per flagellarmi ulteriormente mancava solo che mi mettessi a guardare un film sull’Olocausto), mi sono ricomposta e sono tornata a casa nostra. Ma per la prima volta da molto tempo la solitudine non era così gradita. Per i primi giorni mi sono aggirata per casa come un’anima in pena, annusando la sua parte del letto e piangendo tutte le volte che trovavo qualcosa di suo: un rasoio, le sue scarpe, un cassetto aperto.
Poi mentre cominciavo a sentirmi una housewife degli Anni 50 con il marito in Corea, ho realizzato che se avevo imparato a mangiare da sola in pubblico e ad apprezzarlo, potevo anche imparare ad essere una ragazza alla quale manca il fidanzato, ma misuratamente. Così ho abbracciato la mia momentanea zitellaggine e ho deciso di toccare il fondo: sono andata al cinema da sola. L’esperienza è stata non dissimile dall’assemblaggio di un comodino: dopo alcuni momenti di totale sconforto, sono tornata a casa fiera di me.

Per contingentare la tristezza mi sono vestita bene e mi sono truccata, come per segnalare alla gente intorno a me che non ero una gattara sola e disperata, ma una giovane donna indipendente che sceglie di passare il suo sabato sera in compagnia di se stessa.
Arrivata alla cassa, ho bisbigliato “un biglietto” e quando la signorina dietro al vetro ha urlato “UNO???” ho avuto l’impulso di scappare o scavarmi una buca e metterci la testa dentro, come quando il comodino è quasi completo e scopri che hai montato tutti i cassetti al contrario. Ho respinto l’impulso e ho alzato l’indice: “UNO”. Seppur consapevole che a nessuno fregasse assolutamente nulla del fatto che fossi lì da sola, non potevo fare a meno di sentirmi osservata, studiata come l’Elephant Man. Mentre avanzavo con gli occhi bassi, mi aspettavo che il ragazzo addetto a sbigliettare tirasse fuori un forcone infuocato da un momento all’altro e cominciasse a rincorrermi verso l’uscita.
Una volta in sala è stato tutto più facile: al buio non era fisicamente possibile incrociare lo sguardo degli altri e avvertire la loro compassione. Quando si sono riaccese le luci alla fine del film, ho avuto di nuovo l’istinto di correre via, ma mi sono fatta forza e ho lasciato scorrere i titoli di coda per qualche secondo, per poi alzarmi e andarmene con forzata nonchalance.
Ero sopravvissuta. Ma mentre tornavo verso casa, leccando un gelato che aveva l’inequivocabile sapore degli gnocchi di patate, ho capito che la parte difficile era appena cominciata. Avrei voluto parlare del film con qualcuno, mangiare quel gelato in compagnia. Ero orgogliosa, ma in qualche modo incompleta e mentre me ne rendevo conto pensavo che l’amore è una gran fregatura e allo stesso tempo la cura di ogni male: per quanto indipendente, autonoma e piena di risorse io possa essere, per quanto il senso di libertà dato dall’andare in bagno con la porta aperta sia impareggiabile, per quanto mi piaccia leggere un libro in salotto senza il sottofondo di Tupac nella stanza di fianco, niente sarà mai meraviglioso quanto stare soli insieme.

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Giulia Pilotti

La mutanda è mia e la gestisco ìa

Come donna sono un po’ uomo. La mia trousse, per esempio, è composta da tre miseri elementi: un correttore, un eye-liner e un mascara, che giacciono secchi nell’armadietto del bagno e vengono riesumati solo in occasioni specialissime. Mi lavo i capelli con prodotti da supermercato, accontentandomi di una frangia più simile a quella di Joey Ramone che non a quella di Jane Birkin. Non so camminare sui tacchi, che indosso solo se posso stare seduta per una ragionevole quantità di tempo. A un’insalata preferisco un panino con la porchetta e le gag a base di scoregge mi fanno sempre morire dal ridere. Eppure la figura esile, l’attrazione per gli oggetti che luccicano e il mio totale disinteresse per qualsiasi sport, fanno sì che io abbia comunque diritto di cittadinanza nel genere femminile. 10868170_10205128782006599_2020407191303291778_n Da bambina in realtà ero quanto più bambina una bambina possa essere: adoravo le Barbie, che nelle mie storie passavano ore infinite dal parrucchiere, guardavo “La Bella e la Bestia” in media tre volte a settimana, il mio colore preferito era il fucsia e tutte le volte che potevo esprimere un desiderio, chiedevo di avere i capelli lunghi e biondi. La mia educazione sentimentale proveniva dalla selezione cinematografica di mia nonna e mia zia, con cui ho passato quasi ogni sabato sera fino all’inizio del liceo. “A piedi nudi nel parco”, “Colazione da Tiffany”, “Come sposare un milionario”, “Harry ti presento Sally” e “C’è posta per te” alimentavano, visione dopo visione, le mie aspettative sull’amore. Speravo  che un giorno anch’io avrei trovato un uomo bello, ricco, sagace e pazzo di me.

All’asilo io e la mia amica del cuore Sofia (ignorando che saremmo state l’una l’anima gemella dell’altra e che le nostre grazie non avrebbero attratto nessun uomo ancora per molti anni) avevamo scelto i nostri fidanzatini all’interno del gruppo classe. Loro non lo sapevano, ma questo non era rilevante. In questo delirio, avevamo persino costretto le nostre madri a organizzare una cenetta con i due poveri malcapitati, che si erano presentati vestiti da damerini con un mazzolino di fiori a testa, che ovviamente gli avevano messo in mano le loro mamme. Per me e la Sofi era comunque un successo.

Quella sera, mentre giocavamo in cortile, il mio inconsapevole fidanzatino mi tirò su la gonna mostrando le mie mutande a tutti. Cercai di dissimulare la vergogna, ma mi sentivo ferita e umiliata e delusa dal suo comportamento, non degno di un Robert Redford o di un George Peppard dei miei sogni. Così, senza saperlo, smettevo di essere femmina e diventavo una femminista.

Mio padre mi ha raccontato che quando era al liceo il collettivo femminista, fra le altre cose, si scagliava contro l’attribuzione del genere maschile al clitoride. “Si chiama LA clitoride” dicevano “altrimenti noi ci mettiamo a dire LA CAZZA”. Ecco, non sono e non voglio essere quel genere di femminista: ritengo di potermi radere le ascelle senza sentirmi un oggetto sessuale schiavo del sistema. Amo gli uomini, mi piacciono per tutte le caratteristiche che li distinguono da noi, per la totale assenza di retropensieri con cui portano avanti le proprie amicizie, per lo stacco d’inguine che esce dai jeans, per la loro necessità di essere tenuti per mano nel mondo e per l’incertezza delle loro emozioni, e gradisco la loro compagnia spesso molto più di quella delle ragazze. Amo anche le ragazze, in realtà, ma solo quelle che sanno esserlo nel modo giusto (ma questo vale anche per i ragazzi). 20816_10206127871983224_8599422483843062650_n

Poco alla volta, ho raffinato i miei pensieri in fatto di parità dei sessi: ho imparato a non invidiare le donne più belle, più talentuose o più ricche di me e ho cominciato ad ammirarle nel loro successo, cercando piuttosto di capire quali fossero i miei personali motivi d’orgoglio. Ho smesso di criticare le ragazze “facili”, a patto che la loro lascivia fosse sostenuta da un consapevole slancio di emancipazione e che la loro autostima fosse sufficientemente alta da permettere di trovare conferme anche fuori dalla camera da letto. Sarò anche una vecchia zia, ma sono convinta che la vagina dovrebbe essere l’ultimo posto in cui riporre le proprie certezze, almeno in giovane età. Una volta capito questo, puoi fare anche le orge con gli animali del circo: non sarò certo io a giudicarti.

Possiamo e dobbiamo ridere di noi stesse. Che senso ha rivendicare a oltranza la nostra abilità alla guida? Spesso e volentieri non siamo portate per il volante, ma essendo in grado di generare la vita umana, direi che possiamo anche rinunciare al dono del parcheggio perfetto. Non possiamo rinunciare invece alla libertà di prendere decisioni che riguardano il nostro utero e il nostro corpo, o a uno stipendio pari a quello di un uomo che fa il nostro stesso lavoro. E al diritto di far vedere le mutande solo come, quando e a chi vogliamo noi. Per questo devo ringraziare il mio inconsapevole fidanzatino dell’asilo e il suo gesto poco galante. Sono stata uno scricciolo di ragazzina per tutta l’adolescenza, mi sono venute le prime mestruazioni praticamente ieri e a dirla tutta sto ancora aspettando che mi crescano le tette. Insomma se non fosse stato per quella sua inappropriata pulsione sessuale, magari avrei scoperto di abitare il corpo di una donna molto più tardi e forse ora avrei meno amor proprio e qualche malattia venerea in più. Quella prima umiliazione ha impedito che ce ne fossero altre a venire. 10689915_10204947749240893_2849080164395546518_n

Per ora è andato tutto bene. Ho trovato un ragazzo bello, ricco, sagace, pazzo di me e pure femminista, come nella migliore delle mie fantasie, non solo d’infanzia. Per quanto maschia io possa essere, gli faccio cambiare le lampadine, talvolta gli urlo addosso senza un motivo logico e mi siedo comodamente al posto del passeggero. Perché se anche avessi la patente, sono sicura che parcheggerei malissimo: sono pur sempre una donna.

Ma ancora prima di essere una donna, sono un individuo e credo sia questa la chiave di un femminismo che non puzzi di cantina e patchouli stantio. I contorni di genere oggi sfumano gli uni negli altri, tanto che ci siamo dovuti inventare un nome per gli uomini che si fanno le sopracciglia ad ali di gabbiano. La vera sfida ormai è avere un’identità definita. Io non sono mia madre, non sono mio padre, non sono l’uomo con cui condivido il letto. Sono sempre e solo una persona che cerca il proprio posto nel mondo. E non è forse quello che facciamo tutti?

Giulia Pilotti

Morte a Focene

2887_1123404612740_4080459_nSono una persona prudente. Non mi tuffo mai dagli scogli, sopra ai 70 km/h comincio ad agitarmi e non nominatemi neanche le montagne russe. Quando avevo cinque anni mi sono buttata da un brucomela in corsa perché la velocità mi sembrava davvero folle. Così ho quasi ucciso mia madre, che si aspettava la faccia gioiosa della figlia all’uscita del breve tunnel e si trovò davanti a un lombrico meccanico senza nessuno a bordo. In quegli stessi anni camminavo con cautela sui tappeti elastici, senza mai staccare i piedi dalla rete, e mi sedevo sull’altalena, rigorosamente immobile, mentre gli altri bambini tentavano l’equivalente infantile della scalata dell’Everest: il giro della morte. Va da sé che io non mi sarei mai arrischiata in un’impresa che portava un nome tanto preoccupante.

Tuttora vivo in punta di piedi e non ho nessuna fascinazione per le attività estreme. La vita spericolata non la voglio, la temo e non la capisco. Le mie rarissime esperienze con le droghe si sono svolte nella sicurezza di un appartamento o di un luogo privo di spigoli e non prima di aver scritto su un foglio tutti i numeri d’emergenza, qualora il mio cervello si fosse trovato a rimuovere queste informazioni e la capacità di utilizzare la rubrica del cellulare.

A tenermi sveglia la notte non sono mai questioni di spessore filosofico, ma è piuttosto la certezza che qualcuno prima o poi entrerà in casa mia e dopo aver rubato i miei beni più preziosi (il computer e una copia autografata della “Famiglia Winshaw”), mi ucciderà nel sonno. Quando sono in metropolitana, nascondo la griffe della borsa per non dare strane idee ai borseggiatori, che dopo avermi accoltellato capirebbero che l’unica cosa di valore, tra il portafoglio vuoto e quello che può essere definito solo come un accumulo di spazzatura, era in effetti la borsa.

Attraverso solo col verde, perché nella mia mente c’è, vividissimo, il rumore che farebbe il cranio spaccato se una macchina mi travolgesse. Le uniche fibre autodistruttive che possiedo convogliano verso il consumo consapevole di cibo scaduto, ma solo perché oltre ad avere paura di tutto sono anche maledettamente pigra: se sfido l’intossicazione alimentare, è per non uscire di casa a comprare del cibo fresco e perché so che la salmonella nel 2015 non dovrebbe essermi fatale. Insomma, non voglio morire.

Ho cominciato a non voler morire il 31 agosto del 1997. Avevo 5 anni e come ogni estate ero a Focene nella casa al mare dei nonni, insieme a mia mamma. Quel giorno ci lasciava Lady D, l’unica principessa di cui avessi nozione che non fosse un cartone animato e per la prima volta nella mia vita, mi scoprivo triste per la morte di qualcuno (che non fosse un cartone animato). Quello stesso giorno, la mattina, mia madre aveva pestato una siringa usata sulla spiaggia (dove, non a caso, anni prima avevano girato il film “Amore tossico”) ed era corsa all’ospedale mentre mio padre per telefono mi spiegava cos’era l’aids. Nonostante l’esaustiva e dettagliata lezione su come funziona il nostro sistema immunitario, la cui morale era “drogarsi fa male e bisogna sempre indossare le ciabatte in spiaggia”, conversazione che probabilmente instillò in me la refrattarietà all’uso di sostanze psicotrope e l’odio per il mare, la situazione mi era ancora poco chiara.

Improvvisamente mi dovevo preoccupare di qualcosa al di fuori dalle esigenze della bambola Sbrodolina. Ad esempio la vita dei miei genitori, che fino a quel momento era stata una delle poche certezze al mondo. Questo però non è esatto: a quell’età non avevo certezze, perché non mi ero mai neanche posta il problema. La mattina mi svegliavo e mia madre era lì, nella camera accanto alla mia. Mai mi aveva sfiorato l’ipotesi che ciò potesse anche non verificarsi. Ora invece si insinuava nei miei pensieri un’ombra scura, la prima vera certezza che avessi mai avuto e che con l’incidente di Lady Diana e le mie recenti, confuse nozioni sull’aids prendeva un nome secco e terrificante: morte.

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Mia madre non prese l’aids, ma l’episodio alimentò un morbo che covavo già da tempo: se prima non ero una bambina spericolata, ora ero ufficialmente una cagasotto terrorizzata dalla vita. Mi apprestavo a diventare quella persona con cui nessuno vuole andare al luna park. Perché diciamocelo, sparare alle lattine con una pistoletta ad aria compressa non comporta certo un’overdose di adrenalina.

Diciotto anni dopo non sono migliorata, ma poco alla volta sto imparando a fare i conti con l’idea che non esistere non sarà poi molto peggio che esistere. Intanto mi affanno a cercare un modo per lasciare traccia di me: regali alle persone che amo, racconti stupidamente autobiografici, piatti sporchi nel secchiaio della cucina. Non so se basterà, ma mi piace pensare che in questo modo sopravviverò al mio corpo (che visto quanto viene curato dalla sua padrona, è già piuttosto inutile). Non sarò mai pronta per dire addio a nessuno e non sarò mai pronta a lasciare questo mondo. Ma quando succederà, di certo non sarò a bordo di un brucomela.

Giulia Pilotti

Essere o non essere Giulia

A volte, quando faccio la spesa, mi sorprendo a invidiare la cassiera del supermercato. Non deve decidere niente: qualsiasi articolo le consegni il nastro trasportatore, non deve fare altro che afferrarlo e traghettarlo all’altra sponda, restando comodamente seduta. Non può sbagliare, non ha scelta.

Io odio sbagliare e odio scegliere. Se una persona volesse mandarmi in crisi, basterebbe che mi chiedesse di scegliere un film per una serata tra amici. E se poi lo detestassero tutti? E se li annoiasse a morte? Nel dubbio non scelgo niente, non chiedo niente.

Quando ero bambina, chiedere un regalo ai miei genitori mi faceva sentire una persona orribile. In ogni caso, non era difficile capire i miei gusti: a volte mi appoggiavo con fare disinvolto a uno scaffale di un negozio, proprio di fianco a Barbie Magia delle Feste, a cui rivolgevo rapidi ma languidi sguardi. Piuttosto che dire a voce alta che la desideravo, avrei preferito giocare a mosca cieca in cortile per il resto della mia vita. Mi sembrava che chiedendo un regalo per me, avrei tolto qualcosa ai miei genitori e che per questo mi avrebbero amato di meno. Non potevo sopportarlo. 2887_1123404572739_2338914_n

Poi arrivava il Natale e finalmente potevo sbizzarrirmi: un signore barbuto con cui non ero imparentata e da cui mantenevo un educato distacco, portava doni per mestiere e, da quanto potevo intuire dalla pubblicità della Coca Cola, sembrava che fosse anche felice di farlo. Era quasi uno sgarbo non chiedergli di portarmi un paio di giocattoli, gli avrei impedito di fare il suo lavoro. Quindi gli scrivevo lettere lunghissime, iniziando sempre con una bella leccata di culo, così da non sembrare troppo avida o, peggio ancora, scortese. “Caro Babbo Natale, non ho ancora avuto l’occasione di ringraziarti per la bellissima bambola che mi hai portato l’anno scorso, la pettino tutti i giorni e le ho fatto dei vestiti nuovi con le mie mani. Quest’anno però vorrei…”

Il Natale, in questo senso, era una vera liberazione. Dall’altra parte però portava con sé un dramma esistenziale: i miei genitori erano divorziati e io dovevo scegliere con chi dei due passare le feste. Mi trovavo in un vicolo cieco: chiunque avessi scelto, l’altro avrebbe sofferto. Mia madre e mio padre si sono separati prima che imparassi a parlare, quindi in realtà avevano pianificato le divisioni prima che io potessi dire la mia a riguardo: Vigilia di Natale con papà, Pasqua con mamma. Rimaneva però l’insopportabile zona grigia del 25 dicembre, a cui non era stato assegnato nessun genitore.

Mio padre mi aveva raccontato la storia di Re Salomone e del bambino conteso fra due madri, e io in quelle circostanze non potevo non identificarmi almeno un po’ in quel neonato biblico. Non che i miei genitori mi contendessero, ma che non fossero alleati era chiaro come il sole. Tuttavia non mi hanno mai costretto a scegliere: per il pranzo di Natale, alla fine, uno dei due faceva un passo indietro, scegliendo al posto mio e liberandomi dal panico dell’indecisione. Quasi come nella Bibbia, insomma. Inoltre, intorno ai quattro anni, mi era stato insegnato che a chi mi chiedeva se volevo più bene alla mamma o al papà dovevo rispondere “che te ne fotte” (con mano a pigna e accento pugliese) quindi è evidente che non fossi proprio predisposta al concetto di scelta. 2887_1123405492762_1389869_n

In qualche modo, però, credo comunque di essere stata strappata in due: so esattamente cosa voglio, ma mi guardo bene dal renderlo noto a persone che non siano io, me e me stessa. Faccio una fatica sovrumana a dire di no a chiunque, compresi i testimoni di Geova che mi suonano a casa la domenica mattina, ma per il gusto di una buona battuta sarei pronta a rovinare qualsiasi amicizia. Sono indipendente e autonoma da quando ho memoria, ma mi rifiuto di guidare la macchina o qualsiasi altro mezzo di locomozione. I tramonti mi lasciano del tutto indifferente, ma se vedo due anziani che si tengono per mano devo correre a cercare un posto appartato dove piangere in santa pace. Mi piacciono Jane Austen e i Clash in egual misura. Sono curiosa come una scimmia e pigra come un bradipo. Amo le persone e odio la gente. Sono ambiziosa, ma invidio le cassiere del supermercato.

Nonostante tutto, ho un’autostima da maschio alpha, inclinazione caratteriale che si è manifestata in tenera età: mi chiedevano “come ti chiami” e rispondevo “io SONO Giulia” con lo stesso tono sprezzante con cui dicevo “che te ne fotte” e come se fossi l’unica bambina al mondo a portare quel nome. Di nuovo, non c’è bisogno di scomodare Freud per analizzarmi: per tutti sono sempre stata la solida, affidabile, matura Giulia, figlia esemplare, amica fedele, e amorevole fidanzata. I miei genitori mi venerano, i miei amici mi stimano, il mio ragazzo non può vivere senza di me. Insomma è già tanto che non me ne vada in giro facendo pipì negli angoli per marcare il territorio.

Lascio che tutto questo corrobori il mio ego da ventitré anni, ma a volte basta una giornata di pioggia o un cardigan allacciato storto per farmi vacillare: e se non fosse abbastanza? Se tutta questa fiducia nelle mie capacità fosse malriposta? Chi siamo? Da dove veniamo? Perché non ho detto a quel cameriere che c’era un pelo pubico nel mio piatto?

Forse invecchiando mi stancherò di vivere compiacendo gli altri e mi farò i capelli colorati o un tatuaggio tribale o mi metterò a fumare crack. O forse  arriverà l’apocalisse e tra i sopravvissuti saranno i boy-scout che sanno accendere il fuoco o gli ingegneri che sanno costruire una pila a poter andare avanti e io mi renderò conto di essere del tutto inutile all’umanità.

Per il momento però mi piace essere la solida, affidabile, matura Giulia e ogni volta che mi guardo allo specchio vedo esattamente quello che vorrei vedere. Non so se vale, ma si potrebbe persino dire che un paio di scelte dopotutto le ho fatte: ho scelto di non sapere qual è il Pantone dell’anno, continuando a mettermi i vestiti Anni Novanta di mia madre; ho scelto di fregarmene delle serate in discoteca, della musica elettronica e dei drink annacquati. Ho scelto di leggere molti libri e provare a costruirci sopra una specie di carriera. Ho scelto di amare la stessa persona per gli ultimi sei anni, senza dubbi o esitazioni. Ho scelto di parlare coi miei genitori, conoscerli a fondo e renderli costantemente partecipi della mia esistenza, per non avere mai rimpianti. In realtà ho anche scelto di vivere compiacendo gli altri, perché in fin dei conti mi piace piacere. Ho scelto di rimanere fedele a me stessa e di essere sempre, un giorno alla volta, l’eroina della mia storia.

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Giulia Pilotti

L’importanza di chiamarsi Pilotti

Il padre di mio padre era un colonnello dell’esercito e il suo non era solo un mestiere, ma un modello educativo. Appoggiare i gomiti sul tavolo da pranzo e avere dei sentimenti erano solo due delle sciatterie che in casa Pilotti erano considerate semplicemente inaccettabili. Se potessi tornare indietro nel tempo, nel 1972, a un pranzo del Circolo degli Ufficiali di Bologna, incontrerei un bambino magro di 9 anni con dei Lozza della mutua troppo spessi e le ginocchia troppo convergenti, intento a sistemarsi il nodo di una  cravatta troppo grande. Del resto, anche presentarsi al Circolo degli Ufficiali senza cravatta era semplicemente inaccettabile. Quel bambino strabico era mio padre e forse ora non lo riconoscerei affatto.

Copia di Drivin' nowhere

Adesso Maurizio Pilotti è un signore imponente, il tipico genitore che il tuo ragazzo del liceo preferirebbe non conoscere: due metri di uomo barbuto con occhi chiari da lupo siberiano. In ogni stagione dell’anno le maniche della sua camicia sono arrotolate, come se fosse sempre pronto a prenderti a pugni. Eppure c’è stato un tempo in cui a prenderle era lui. Una volta, da bambino, venne mandato a comprare il lambrusco e sulla strada del ritorno un cane piuttosto arrabbiato lo inseguì fino a casa. Mio nonno, a cui mio padre non riferì dell’inseguimento perché avrebbe dovuto ammettere di aver avuto paura e la paura è per i deboli (e quindi assolutamente inaccettabile), si trovò ad aprire una bottiglia che esplose dopo essere stata agitata con cura per diverse centinaia di metri. Il colonnello non la prese bene e tra un ceffone e l’altro, all’età di 7 anni, il piccolo Pilotti decise che tipo di genitore sarebbe diventato: sarebbe diventato sua madre.

Mia nonna era mamma a tempo pieno. Far sentire amate le persone che ama è sempre stato il suo talento più evidente (oltre a quello per la gratinatura al forno). Maurizio si rese conto in breve tempo che tra il signore che si sfilava la cintura ogni due per tre e la signora che lo rimpinzava di cibo delizioso, non c’era proprio gara.

Ci sono stati anni in cui dissimulare qualsiasi vaga somiglianza con il padre gli è riuscito particolarmente facile: bastava indossare un passamontagna e battersi a colpi di molotov per cause che non solo il colonnello non avrebbe appoggiato, ma che avrebbe preso a cannonate senza pensarci due volte (la rivoluzione proletaria? semplicemente inaccettabile). Ma col passare degli anni i contorni sono sfumati gli uni negli altri: il colonnello ha smussato i suoi spigoli e mio padre si è evoluto in uno strano incrocio dei suoi due genitori, diventando un papà militarescamente affettuoso.

2177_1078874699520_1866_nSe Pilotti ti vuole bene, non hai scampo: ti darà tutto (in quantità eccessive e/o spendendo troppo), ma solo se rispetti le sue regole. I pilastri della mia educazione sono stati: non interrompere, dì per favore e grazie, giù i gomiti dal tavolo e se non sai qualcosa, chiedi. Una volta imparate queste facili regole (intorno ai 3 anni), venni promossa a essere umano più che degno della sua stima. Non ero capricciosa e producevo pochissimo rumore. In più, avevo imparato a scendere dallo scivolo urlando “Folgore” come si fa nei paracadutisti. Ero praticamente la figlia perfetta.

In questi ventidue anni il suo modello ha funzionato bene: mi ricordo distintamente tutte le liti che abbiamo avuto. Tutte e tre. La regola numero uno, “Non interrompere”, ha fatto sì che negli anni imparassimo ad ascoltarci. Ascoltarci a vicenda e conoscerci sempre più a fondo era il modo migliore di passare il nostro tempo insieme e spesso era anche l’unico. I miei hanno divorziato che portavo ancora il pannolone e da allora io e mio padre abbiamo vissuto in città diverse. Da che ho memoria, abbiamo sempre passato molto tempo al telefono. Quando non eravamo al telefono eravamo seduti fianco a fianco in macchina o, in periodi meno rosei, su un treno regionale, diretti verso la pasta al forno della nonna. Una consuetudine che non solo mi ha portato a conoscere a memoria il lato destro della sua faccia, ma ha definito le linee guida del nostro rapporto: due orecchie, rivolte l’una verso l’altra, che procedono vicine e parallele nella stessa direzione.

Mio padre non ha mai smesso di essere mio padre. Non esserci a tutti i miei primi giorni di scuola, dall’asilo all’università, sarebbe stato per lui semplicemente inaccettabile. Perdersi un mio saggio di danza? Semplicemente inaccettabile. Lasciare che i genitori delle mie amiche mi riportassero a casa la sera tardi? Inaccettabile (anche se forse sarebbe stato più pratico, considerato che lui veniva a prendermi partendo da un’altra città).

E’ stato mio amico quando ne avevo bisogno, ma non si è lasciato sedurre dall’idea di abolire le nostre norme per conquistarmi. Con le dovute eccezioni: quando ero bambina, a tavola con altri, si stava secondo le leggi di Monsignor della Casa, ma se eravamo da soli potevamo dilettarci in fragorose gare di rutti.

Negli anni, ai quattro comandamenti capitali, se ne sono aggiunti altri (“Rutti in confidenza”, “Non avrai altro dio al di fuori di John Belushi” e “Se devi spendere 8 euro, almeno vai a vedere un bel film”) e lentamente sono diventata una giovane donna di cui Pilotti potesse andare fiero.
La verità è che anch’io sono fiera di mio padre. Persino in quell’età infame che è l’adolescenza, non mi sono mai vergognata di lui. Mi piaceva che ci sapesse fare con i miei amici e che dopo averli conosciuti fosse in grado di regalare a ognuno un libro che avrebbe poi cambiato loro la vita (Non aver letto I quarantanove racconti di Hemingway? Inaccettabile).

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Mi dice sempre che sono una Pilotti 2.0, una versione affine ma più riuscita. In effetti da mio padre non ho preso solo le spalle larghe, le mani grandi e la predisposizione naturale a risolvere i conflitti con una testata. Io e quel bambino strabico abbiamo molto in comune (compreso un filo di strabismo). Ma lui è cresciuto in caserma: suo padre era il comandante di battaglione, lui l’unica recluta.

A volte penso di doverlo vendicare, ma la verità è che non ne ha bisogno. La sua vendetta è stata darmi delle regole e poi concedermi di infrangerle. Con me ha sciolto il battaglione, aperto la porta della cella di rigore e buttato via la divisa (gli anfibi no, quelli li porta anche in spiaggia). Tanto male non mi pare che sia andata: non ho mai lanciato una molotov, non ho draghi cinesi tatuati addosso e non ho mai fatto niente per farlo incazzare di proposito (a parte uscire qualche mese con un tizio vagamente razzista, ma avevo quindici anni e all’inconscio non si comanda). Inoltre, quando sento che sto per tirare una testata a qualcuno, mi fermo sempre in tempo.

Mi ha riservato un amore inflessibile, senza pause. Con un intento pedagogico non molto velato, mi raccontava sempre una storia su dieci uomini attorno a un fuoco, che stendono la mano sopra le fiamme. L’ultimo che la ritira, è il più forte. E’ stato un papà così, credo: poco indulgente, ma soprattutto con se stesso. Ci ha provato in ogni modo, al punto da cimentarsi anche in esperimenti di gratinatura al forno. I risultati non sono sempre entusiasmanti, ma non mi importa: grazie a lui so già che madre sarò. O almeno, che padre sarò.

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Che ci faccio qui?

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Per anni mi sono sentita un incidente di percorso.

I miei genitori mi hanno messo al mondo, si sono sposati e hanno divorziato prima che mi fossero usciti tutti i denti da latte. Hanno avuto il buon gusto di risparmiarmi lanci di stoviglie e scenate separandosi prima che io potessi rendermene conto, ma la loro storia d’amore non ispirerebbe di certo un film romantico con Sandra Bullock. Più li conoscevo, crescendo, più una domanda sorgeva spontanea: ma come gli è venuto in mente? 

Quando si sono conosciuti erano giovani, ma non abbastanza per lasciarsi travolgere dall’incoscienza. Mia madre, ventisettenne, era una studentessa di architettura ambiziosa e di bella presenza, in possesso di un paio di gambe notevoli (di cui conserva ancora l’originale bellezza). Mio padre, universitario latitante e giornalista precario di venticinque anni, aveva un debole per le caviglie sottili e le cause perse.

La mia amica del cuore dell’asilo amava raccontare di come si erano conosciuti i suoi  genitori perché la storia era tremendamente romantica nonché molto simile a quella di Rudy e Anita della “Carica dei 101” (equivalente infantile dei film con Sandra Bullock). Decisi allora di scoprire se almeno i miei avevano avuto un primo incontro degno di nota. Niente da fare: si erano conosciuti grazie ad alcuni amici in comune. Neanche un dalmata imbizzarrito, niente guinzagli intrecciati. 

Capire cosa li avesse uniti mi riusciva sempre più difficile e nel frattempo, a interferire con la mia obiettività, ci si metteva pure il mio film preferito all’età di sei anni: “Genitori in trappola”, una commedia in cui una Lindsay Lohan non ancora avvezza a crack e botulino, interpreta due gemelle separate alla nascita (cresciute una con il padre e una con la madre) che si ritrovano a un campo estivo e dopo essersi scambiate di posto, tramano con successo per riunire i due genitori. A parte che ero abbastanza sicura di non avere una gemella in Napa Valley, la mia utopia hollywoodiana era comunque lungi dal realizzarsi. I miei non sembravano odiarsi, ma non riuscivo a immaginare due persone meno adatte a stare nella stessa stanza per più di due ore, figuriamoci a rimettere insieme la nostra famiglia. 

Tra i primi anni delle elementari mi fu raccontata la storia del fiore e dell’ape, ma la mia comprensione della fecondazione era ancora limitata. Fu grazie alla scena della carrozza in “Titanic” che scoprii cosa voleva dire fare l’amore e più avanti, alle medie, ottenni nuovi pezzi del puzzle quando a scuola mi spiegarono che c’erano alcuni modi per non avere figli tutte le volte che lo si faceva. Che i miei genitori fossero stati così sbadati? Il dubbio si insinuava nelle mie speculazioni con forza sempre maggiore.

La teoria continuò a prendere forma con l’adolescenza, quando cominciai a ricomporre la mia storia, sommando i frammenti raccolti negli anni (intanto io mi guardavo bene dal fare l’esplicita domanda che mi tormentava), e con il tempo, nella personale lista intitolata “Che ci faccio qui?”, aggiunsi altri interrogativi. I miei, fino alla mia nascita, avevano vissuto per anni in città diverse (Roma lei, in giro lui), quindi di fatto erano stati insieme senza stare insieme. Mia madre si era laureata allattandomi e mio padre, fuori corso, aveva acceso il turbo e aveva finito gli esami solo quando aveva scoperto che ero in arrivo io. Quando nacqui, mia madre aveva appena aperto uno studio di architettura con un’amica, mio padre si era iscritto a una scuola di giornalismo a Roma, ma faceva il bagnino a Fregene per guadagnare due soldi. Lei, che in realtà avrebbe voluto fare fare l’astronauta, aveva una passione per i progetti estremi e sognava di costruire una casa di gomma in cui poter saltare da un piano all’altro. Lui, con un santino di Hemingway nel portafoglio, era sempre pronto a partire per nuove imprese senza capo né coda. Latte in polvere oggi, freelance in Bosnia domani. 

A peggiorare il tutto, si aggiungeva l’assenza di una casa in cui allevarmi. In un primo periodo stavamo tutti e tre dai miei nonni materni, in una casa in cui vivevano ancora due fratelli di mia madre e che presto diventò più affollata del Raccordo Anulare nell’ora di punta. Così ci trasferimmo in un monolocale a Pietralata, dove rischiavi di prenderti una coltellata tutte le volte che andavi a comprare il pane (la casa era in realtà una cantina, ex abitazione del custode, e avrebbe ucciso l’amore anche tra Paolo e Francesca). Insomma, fuori dalla nostra porta non facevano la fila per girare le pubblicità dei Saccottini.

Le informazioni in mio possesso erano tante e portavano tutte alla stessa conclusione, ma col tempo decisi che tutto sommato non mi importava. Sentivo l’amore incondizionato dei miei genitori, nonostante fosse ripartito tra giorni feriali (mamma) e fine-settimana (papà) e non mi serviva altro perché invece di una famiglia sola me ne avevano regalate due. L’importante era che si comportassero come se mi avessero voluto. 

Non moltissimo tempo fa ho scoperto che si comportavano come se mi avessero voluto perché in effetti mi avevano voluto. Contro ogni logica, avevano deciso di mettermi al mondo e nella loro collezione di progetti sconclusionati, in realtà io ero il più razionale. Non sono stata il frutto di una distrazione, ma della passione di due persone che per qualche anno si sono volute bene, hanno riso molto e un giorno, forse ubriachi fradici, hanno persino valutato la possibilità di passare insieme il resto della loro vita (in una casa di gomma in Bosnia, magari). A conoscerli sembra impossibile, ma di certo non mi posso lamentare. Dopotutto, devo loro la vita. 

GP

Tutto-si-tiene

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Da mia mamma ho preso tre cose: le caviglie sottili, la capacità di bere come un uomo e il Tutto-si-tiene. Il Tutto-si-tiene è un gene ereditario, come l’anemia mediterranea o la menopausa precoce, e da generazioni affligge le donne della mia famiglia.

Io non butto via niente, mia mamma non butta via niente e sua mamma, prima di lei, affrontava dilemmi amletici quotidiani di fronte agli avanzi di cibo (sono abbastanza sicura che la scelta di prendere un cane fosse stata dettata dalla necessità di rifilare il prosciutto scaduto a qualcuno).

Sarei pronta a scommettere che la bisnonna Ramira avesse interi cassetti ripieni di nappe per le tende appartenute a sua madre, che a sua volta doveva aver trovato inaccettabile l’idea di separarsene, e state pur certi che mia figlia lotterà strenuamente per tenersi le bacchette del cinese a domicilio.

Per anni ho portato un berretto di lana che per quanto prudeva più che un cappello era un crimine contro l’Umanità. Avrei potuto cambiare cappello, certo, ma quello lì aveva scartavetrato la fronte di mia mamma e dei suoi quattro fratelli dopo di lei per anni e anni. Sarebbe stato un peccato buttarlo (o usarlo per scrostare le pentole). Quindi la cuffia del demonio passò da me a mio fratello Andrea che, in quanto ultimo arrivato, è tuttora nell’occhio del ciclone del Tutto-si-tiene.

Nel suo caso però il Tutto-si-tiene comporta anche alcuni vantaggi: ha un’ampia scelta di IPod usati di capacità e colori differenti (bianco 2GB, nero 4GB e uno argentato da 8GB che ha la particolarità di non funzionare dal 2010), è legittimato a non liberarsi del mini-flipper che non tocca dalla prima elementare (accanto a cui è parcheggiato il mio camper di Barbie, 1998) e può trovare in casa sua la soluzione a molti problemi. Come quella volta che perse il primo dentino.

L’aveva accuratamente sputato e messo da parte sul comodino, dove quella notte, dicevano, sarebbe passato il topo dei denti a lasciare la giusta ricompensa per quella gengiva vacante. Purtroppo il minuscolo incisivo andò disperso prima di sera. Ora, mio fratello presenta un carattere ereditario raramente diffuso in famiglia: l’isteria. L’idea che non fosse più in grado di pagare pegno al roditore del catasto lo faceva impazzire, si era giocato la possibilità di racimolare qualche soldo facile e questo lo mandava in bestia. Dirgli che sarebbe passato comunque non servì a nulla: come faceva il topo a sapere dove andare? E perché avrebbe dovuto pagarlo per un dente della cui esistenza non c’erano prove? Non è che un topo va in giro a regalare soldi senza motivo, no?

Cominciai a pensare a come sedare la crisi di nervi. Mentre ponderavo le due soluzioni possibili (dargli cinque euro e farla finita o preparargli una camomilla al Lexotan), mia madre entrò in camera sfoggiando un sorriso beffardo e con una mano furtiva mi fece segno di seguirla, come uno spacciatore sulle Ramblas. In bagno aprì l’armadietto delle medicine con aria compiaciuta e ne tirò fuori una piccola scatola di legno, a forma di valigia in miniatura. Data la collocazione della valigetta, sospettavo che l’idea della camomilla al Lexotan l’avessimo avuta in due. Invece il suo contenuto mi colse del tutto impreparata: i miei denti, tutti i miei denti da latte erano lì, piccole conchiglie ossidate. Mia madre li aveva conservati per una decade, nella speranza che un giorno sarebbero stati di una qualche utilità. Quel giorno era arrivato: c’era finalmente bisogno di un dente di ricambio.

Gli occhi di mia mamma brillavano di soddisfazione, scoppiammo a ridere e continuammo fino alle lacrime. Il fatto è che in quella piccolissima scatola erano contenute tutte le nostre psicosi più bizzarre, le idiosincrasie più ridicole, nella forma più assurda e grottesca in cui potevamo imbatterci. Venti denti umani. Era come essere travolte all’improvviso dalla valanga di oggetti accumulati fino a quel momento: esilaranti bottoni orfani, buffissimi bicchieri della Nutella, spassosi incarti di vecchi regali. Nelle orecchie ci risuonava il nostro grido di battaglia (“magari ci serve!”). Eravamo faccia a faccia con la nostra follia e la cosa ci faceva morire dal ridere.

Una volta ricomposte, sostituimmo l’incisivo incriminato con uno dei miei, fingendo di averlo ritrovato per terra, e mio fratello si addormentò sereno, salvato a sua insaputa da una malattia genetica.

Nata seduta

Consegna: Un ricordo d’infanzia, 3 cartelle 

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Sono nata seduta. Il 14 maggio del 1992, in un ospedale sull’isola Tiberina, mia madre si rassegnava al parto cesareo, perché nei nove mesi precedenti non avevo trovato la voglia di invertire la rotta verso l’uscita.

Sono nata seduta e sono rimasta seduta per quasi due anni. Mentre gli altri bambini si issavano aggrappandosi ai mobili di casa e muovevano i primi passi, io, seduta, mi facevo strada nel mondo strisciando sul sedere e remando sul pavimento con i talloni, come un granchio pigro. Amavo il parquet, odiavo i tappeti.

Poi, intorno al ventesimo mese di vita, mi sono arresa alle convenzioni: mi sono alzata e ho camminato. Non ero una campionessa, pare che fossi in grado di spostarmi solo su coordinate rette. Quando arrischiavo una curva, l’equilibrio mancava in un attimo e venivo trascinata per terra dal peso sproporzionato della testa. Mi facevo portare ai tappeti elastici e ci correvo sopra, senza mai staccare entrambi i piedi dalla superficie. Era ormai evidente a tutti in famiglia che il mio futuro non era nell’atletica.

In compenso ero abbastanza sveglia. Durante il primo anno d’asilo, quando dopo pranzo tutti i miei compagni venivano mandati in soffitta per il riposino, io restavo con la mia maestra preferita, e mi facevo insegnare ad allacciare le scarpe. E a leggere l’orologio. E a contare in inglese. E a fare il découpage. E a leggere. E a scrivere. E a scrivere in corsivo. Così mentre gli altri dormivano, io per tre anni ho portato avanti il mio personalissimo campo di addestramento militare in vista delle elementari.

Poi le elementari sono arrivate e le mie scarse doti fisiche tornarono a essermi d’impaccio, mentre sapere i giorni della settimana in inglese e la formazione dei Beatles non mi era di nessun aiuto. Il primo giorno di scuola sono stata felicissima per almeno mezz’ora. Avevo uno zaino di Barbie che sembrava più adatto a contenermi, che non starmi sulle spalle, e mi ero fatta fare le trecce da mio padre per assomigliare a Baby Spice, la mia Spice Girl preferita. Al mio fianco l’amica del cuore, Sofia (dopo pranzo andava in soffitta a dormire pure lei. In compenso si arrampicava sugli alberi meglio di una scimmia). Mi sentivo invincibile, almeno fino a quando non vidi il mio nuovo vicino di banco, Pasquale. Pasquale, più avanti soprannominato da mio padre “Pascalone ‘e Nola”, sembrava aver appena mangiato almeno tre compagni di classe e mi guardava come se io dovessi essere la quarta. Facevo bene ad avere paura, nei cinque anni successivi cercò di mettere fine alla mia esistenza più di una volta. Il primo tentato omicidio avvenne proprio a mezz’ora dal mio entusiastico esordio scolastico, quando senza nessun preavviso venni afferrata per una treccia e strattonata da una mano sudata e molto determinata a rovinarmi la vita. Ero furiosa, mi aveva disfatto la treccia. Chiesi alla maestra di rifarmela, ma l’Angela era sbrigativa al limite del nazismo e, inspiegabilmente, meno capace di mio padre, a fare le trecce. Così tornai a casa con una treccia e un codino, amareggiata per la mia inferiorità fisica e un po’ dispiaciuta che nessuno mi avesse chiesto di scrivere il mio nome in corsivo.

L’incubo però non era ancora cominciato. Venni presto a conoscenza dell’ora di palestra, di cui ora non ricordo altro che l’odore nauseante del pavimento gommato e il rumore delle Superga che vi facevano attrito, producendo un suono acuto, come l’urlo di un gatto. Per fortuna c’erano molti posti dove sedersi: la spalliera; la trave; il quadro svedese.

In seconda elementare, per puro caso, scoprii che stare sdraiata era anche meglio che stare seduta. Ai genitori avevano consigliato di iscrivere i bambini a qualche corso sportivo pomeridiano. Così, come se l’ora di palestra non fosse abbastanza snervante, il martedì mi ritrovai a dover andare a “mini-volley”, dove un tale Filippo con il piercing all’orecchio e seri problemi a controllare il tono di voce, ci urlava contro sparando raffiche di palloni gialli. Prima di allora non avevo mai odiato nessuno, ma grazie a Filippo scoprii il disprezzo. Non ci volle molto perché cominciassi a marinare il “mini-volley”.

La biblioteca della scuola era proprio di fianco alla palestra ed era tappezzata di libri e cuscinoni su cui sedersi, ma sopratutto sdraiarsi. Fingere di fare sport diventò fin troppo divertente, fino a quando non rischiai di uccidere mio padre. Un pomeriggio in cui mi sarebbe venuto a prendere lui, ero troppo immersa nella lettura degli Sporcelli per controllare l’ora e presentarmi all’uscita della palestra quando tutti gli altri ne emergevano rossi e sudati. Quel giorno mi dimenticai e lasciai mio padre a vagare in preda al panico per almeno un’ora. Mentre lui si sentiva prigioniero delle pagine di Bambini nel tempo io ero seduta. Anzi sdraiata. Ma poco prima che scattasse la telefonata alla polizia, gli arrivò l’ispirazione: e se fosse seduta? E se fosse sdraiata da qualche parte?

Mi trovò, sdraiata e del tutto ignara di averlo portato a pochi millimetri dall’infarto. Ma non mi sgridò, il sollievo di non avermi ritrovato in un cassonetto della spazzatura ma nella biblioteca della scuola era molto superiore alla rabbia. In qualche modo era fiero di me e della mia coerenza: ero nata seduta e crescevo seduta, fedele a me stessa.